
L’estrazione illegale di oro in Amazzonia continua ad avanzare a causa di gravi falle normative e all’assenza di un sistema di tracciabilità efficace, in un contesto globale di crescente instabilità geopolitica ed economica che alimenta la domanda internazionale di questo bene rifugio, aumentando la pressione sulla più grande foresta pluviale tropicale del pianeta.
Tra il 2023 e il 2025, oltre 5 mila ettari di foresta sono stati distrutti dall’estrazione aurifera all’interno di terre indigene, mentre a fine settembre 2025 l’attività illegale aveva già consumato quasi 100 mila ettari di aree protette. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Greenpeace Brasile dal titolo “Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud”, che documenta come il sistema dei “Permessi di Lavra Garimpeira”, introdotto dal governo brasiliano per consentire l’attività mineraria artigianale, venga in realtà sfruttato per riciclare oro estratto illegalmente da Terre Indigene e Aree Protette, dove questa attività è vietata dalla legge.
Il rapporto mostra come l’assenza di controlli efficaci da parte dell’Agenzia nazionale mineraria brasiliana e l’esenzione dall’obbligo di una preventiva analisi geologica abbiano creato un “punto cieco” che impedisce di valutare correttamente l’impatto dell’attività estrattiva e facilita il riciclaggio dell’oro illegale. Attraverso hub di commercio, raffinazione e consumo, l’oro illegale entra così nelle catene globali di approvvigionamento e può raggiungere mercati come Italia, Svizzera, Francia, Germania, Canada e Emirati Arabi, dove una volta immesso nel sistema diventa estremamente difficile da tracciare. Solo nel 2024, dal Brasile sono state esportate 61.567 tonnellate d’oro per un valore superiore a 3,9 miliardi di dollari statunitensi verso mercati di tutto il mondo, evidenziando l’enorme portata di questo commercio.
«La decisione della Corte Suprema brasiliana che ha dichiarato incostituzionale la presunzione di buona fede nell’acquisto dell’oro è stata un passo importante, ma non sarà sufficiente senza un sistema di tracciabilità realmente efficace lungo tutta la filiera», dichiara Martina Borghi della campagna Foreste di Greenpeace Italia. «Finché il Brasile non introdurrà controlli rigorosi, basati su dati geologici affidabili e verifiche indipendenti, l’oro estratto illegalmente continuerà a entrare nel mercato globale alimentando deforestazione, violazioni dei diritti umani e distruzione dei territori indigeni. Anche l’Unione Europea e i Paesi importatori devono fare la propria parte, introducendo regole più severe sulla tracciabilità dell’oro e impedendo l’ingresso nel mercato europeo di metallo legato alla distruzione dell’Amazzonia».
L’indagine rivela inoltre la persistenza di “miniere fantasma”: permessi minerari attivi solo sulla carta, privi di attività coerente con i dati satellitari o con le verifiche sul campo, che funzionano come copertura legale per introdurre oro proveniente da altre aree, inclusi territori indigeni e zone protette. Complessivamente, il 94% dei processi minerari analizzati da Greenpeace tra il 2018 e il 2026 è stato classificato come “miniera fantasma” oppure operazione industriale incompatibile con il regime previsto per l’estrazione artigianale.
L’estrazione illegale di oro – che dal 1985 al 2022 in Brasile è aumentata del 1.100%, con attività concentrate per il 91% in Amazzonia – ha anche gravi impatti sociali, che colpiscono in modo particolare le popolazioni indigene, con un aumento di violenze, sfruttamento economico e deterioramento delle condizioni di vita, soprattutto per le donne. Anche la contaminazione da mercurio rappresenta una minaccia: uno studio della Fundação Oswaldo Cruz nelle terre indigene del Popolo Munduruku ha rilevato che il 98,5% delle donne in gravidanza sottoposte ad analisi presentava livelli di mercurio superiori alla soglia di sicurezza, evidenziando un grave rischio per la salute riproduttiva e le generazioni future.
Per contrastare efficacemente l’estrazione illegale di oro in Amazzonia, Greenpeace ritiene fondamentale rafforzare le misure normative e amministrative contro il riciclaggio, promuovendo al tempo stesso un processo di riconversione economica della regione e sostenendo attività compatibili con la foresta, che siano rispettose dei diritti umani e capaci di contrastare la povertà. «I governi e gli operatori finanziari internazionali devono assumersi le loro responsabilità e impedire che l’oro legato alla distruzione ambientale e alle violazioni dei diritti dei Popoli Indigeni venga commercializzato come prodotto “pulito”», conclude Borghi.
Il report completo in inglese è disponibile QUI


