Fermiamo lo smog, abbiamo il diritto di respirare a pieni polmoni.

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In queste ore si sta discutendo molto della richiesta di FCA di un prestito di 6,3 miliardi di euro per sostenere le proprie attività  in base a quanto stabilito dal Decreto Liquidità. Il dibattito che si è acceso, che ruota soprattutto sulle questioni fiscali e occupazionali, rischia di lasciare totalmente da parte quella dei vincoli ambientali e climatici: temi importanti in generale e a maggior ragione ora che parliamo di un intervento pubblico.  È legittimo interrogarsi sulla possibilità che il prestito richiesto da Fiat Chrysler Automobiles a Intesa Sanpaolo venga garantito dallo Stato italiano nonostante l’azienda abbia sede legale nei Paesi Bassi e domicilio fiscale nel Regno Unito, ma al tema  della fiscalità devono essere affiancate valutazioni che riguardano la tutela dei lavoratori e il rispetto dei vincoli ambientali.

Servono vincoli verdi

Il fatto che non vengano richieste “condizioni verdi” alla possibilità di concedere e garantire prestiti con risorse pubbliche è un segnale molto preoccupante. I soldi pubblici non dovrebbero essere spesi per sostenere settori inquinanti e la possibilità di beneficiare di prestiti e garanzie dallo Stato dovrebbe sottostare non solo a vincoli che riguardino la tutela dei lavoratori, produzione e questioni fiscali, ma anche a impegni concreti per ridurre e poi azzerare le proprie emissioni di gas serra. Questo aspetto al momento è totalmente assente nel dibattito su FCA, così come in generale sui piani per sostenere e salvare interi comparti produttivi. 

Eppure, i settori più inquinanti sono i primi sui quali si dovrebbe intervenire, e tra questi l’industria automobilistica ha un ruolo di primo piano.

FCA è  fra le aziende che producono più emissioni

Non dimentichiamo inoltre che, come abbiamo rivelato nel nostro rapporto “Scontro con il clima”, tra le dodici principali compagnie automobilistiche al mondo, FCA è l’azienda con il più alto livello medio di emissioni di gas serra per singolo veicolo, tenuto conto dell’intero ciclo di vita.

Secondo gli ultimi dati ISPRA il settore del trasporto su strada è responsabile di circa il 23% delle emissioni climalteranti in Italia e del 43% di quelle di ossidi di azoto: parliamo dunque di un grande contributo non solo al cambiamento climatico, ma anche all’inquinamento atmosferico, che sembra essere peraltro un fattore significativo nell’amplificare gli impatti sanitari della pandemia da Covid-19.

Bisogna ripensare la mobilità

È essenziale cogliere questo momento di passaggio per ripensare il settore dei trasporti e della mobilità. Servono piani per formare i lavoratori e riconvertire i lavori dei settori inquinanti verso lavori green, il bando alla vendita di auto a diesel, benzina e gas al 2028 e una generale riconversione del settore verso la mobilità elettrica e condivisa, con un maggiore impegno da parte del governo per promuovere forme di mobilità alternativa e a zero/basse emissioni.

È ora di lasciarci alle spalle il “business as usual” delle aziende inquinanti!

Porre dei vincoli all’uso dei soldi pubblici a tutela del clima e dell’ambiente, così come a difesa dei lavoratori, è un passo necessario per una ripresa veramente sostenibile – attenta ai diritti e alla salute delle persone e del Pianeta – e per mantenere l’aumento della temperatura globale media sotto 1,5 gradi centigradi frenando la crisi climatica.