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La Commissione Europea ha promosso il recovery plan italiano, e una pioggia di soldi (pubblici) sta dunque per arrivarci addosso. L’idea originaria della Commissione doveva essere un rilancio green delle nostre economie, peccato però che per ora si veda solo una crosta di vernice verde che ricopre vecchi appetiti. Che il “Recovery Plan” italiano non funzioni lo abbiamo già scritto, e ripetuto anche in buona compagnia. Abbiamo pure detto (e scritto) che manca una strategia, ma onestamente dobbiamo ammettere che la strategia c’è.

Se l’ultima macroscopica evidenza è l’inclusione di un noto negazionista del clima nella commissione che gestirà i fondi del “recovery” (ma… alla commissaria von der Leyen gliel’hanno detto?), la mossa che ha messo le cose in chiaro è stata la decisione (pardon, “l’atto dovuto”) del ministro della Transizione ecologica (o presunta tale) che un po’ alla chetichella ha riaperto l’antica danza delle trivelle, concedendo Valutazione Ambientale positiva (necessario preliminare all’accordo delle concessioni) a sette progetti di ricerca idrocarburi.

Nell’adempimento del suo “dovere”, il ministro non si è nemmeno accorto (o forse… nessuno glielo ha detto) che, ad esempio, una delle positive valutazioni confina (in mare, al largo del delta del Po) con un SIC. Per la precisione, il SIC IT3270025 “Adriatico Settentrionale Veneto – Delta del Po”. Come forse avrà avuto modo di spiegargli la commissaria von der Leyen nella sua recente visita a Roma, SIC sta per “Sito di Importanza Comunitaria”, ovvero area tutelata ai sensi di un paio di Direttive Comunitarie. Eppure, nel Decreto di VIA firmato dal Ministro, leggiamo che esso viene rilasciato con parere positivo anche “considerato altresì che il progetto non ricade nelle aree di interdizione definite dall’art. 6, comma 17, del decreto legislativo n. 152 del 2006, in quanto posto oltre le 12 miglia dalla linea di costa e dal perimetro esterno delle aree marine e costiere protette.” Delle due l’una: o c’è un errore grossolano e ingiustificabile, oppure per il ministro della Transizione ecologica un SIC non è un’area protetta. Che è anche peggio.

Tra l’altro, sulla genesi del SIC in questione, non lascia dubbi quel che si legge sul BUR della Regione Veneto (Delibera Regionale n. 1684 del 19 novembre 2019) che, nel descrivere il percorso di creazione del SIC, ci informa che con “nota prot. n. 329461 del 23/07/2019 il MATTM, per rispondere agli impegni assunti per la chiusura del caso EU-Pilot 8348/16/ENVI ha invitato la Regione del Veneto e le altre regioni italiane coinvolte a trasmettere le rispettive deliberazioni di designazione dei nuovi siti di importanza comunitaria (SIC) in ambiente marino”. Il “pilot” è una procedura d’infrazione e quel SIC è stato creato per evitare una sanzione comunitaria: forse però “dava fastidio” ai petrolieri ed è stato “cancellato” dal decreto di VIA.

La transizione ecologica all’italiana ci sta quindi portando nella direzione di ignorare le aree protette e di favorire l’estrazione di idrocarburi. Non è esattamente quello che ci serve per fare la nostra parte per rispettare l’Accordo di Parigi e limitare gli impatti dell’emergenza climatica che, ovviamente, si fanno sentire anche nei nostri mari. Senza dimenticare che tutta la plastica che troviamo, in mare e sulle spiagge, è prodotta con quegli stessi idrocarburi.

Non c’è un piano B: dobbiamo smetterla di trivellare, di devastare gli ecosistemi, di alterare il clima del Pianeta e di riempire i mari, e le nostre vite, di plastica. È di questo che parla la spedizione “Difendiamo il mare” di Greenpeace Italia. Per il quarto anno consecutivo, e nonostante il Covid-19, vogliamo documentare la bellezza e la fragilità dei nostri mari, denunciare come i cambiamenti climatici e l’inquinamento da plastica siano interconnessi e producano impatti negativi sull’ecosistema marino e sulle comunità costiere. E, ovviamente, per ribadire il nostro no alle trivelle. Difendiamo il mare, per difenderci.