Attivisti di Greenpeace Berlino mostrano uno striscione con scritto "Time to Resist" per esprimere solidarietà  dopo il verdetto della causa intentata da Energy Transfer
© Verena Brüning / Greenpeace

Lo avevamo promesso e lo abbiamo fatto: abbiamo presentato ricorso e chiesto un nuovo processo presso il Tribunale del North Dakota, dopo una sentenza che riteniamo profondamente ingiusta. 

Il 27 febbraio Greenpeace International e Greenpeace USA sono state condannate a pagare 345 milioni di dollari a Energy Transfer, gigante del settore petrolifero, per il loro presunto ruolo nelle proteste del 2016 contro l’oleodotto Dakota Access a Standing Rock: proteste guidate dalle comunità indigene e sostenute da migliaia di persone e organizzazioni in tutto il mondo. Energy Transfer sostiene, in modo del tutto infondato, che dietro quella mobilitazione ci fosse una regia orchestrata da noi.

Quello che abbiamo visto in aula è stato un processo tutt’altro che equo. Per questo chiediamo di rifarlo: la nostra richiesta di ricorso deve essere accolta per evitare uno dei più grandi errori giudiziari nella storia del Nord Dakota.

Aiutaci a resistere contro chi vuole metterci a tacere

Un processo che non è stato equo

Nel chiedere un nuovo processo, abbiamo messo nero su bianco una lunga serie di criticità. Non parliamo di dettagli marginali, ma di problemi strutturali che mettono in dubbio l’intera validità del procedimento.

Tra le questioni più gravi c’è la mancanza di imparzialità. La selezione della giuria, ad esempio, ha sollevato forti perplessità: sette giurati su nove avevano legami con l’industria dei combustibili fossili o opinioni negative preesistenti nei confronti degli imputati di Greenpeace. In un contesto del genere, è difficile parlare di giudizio neutrale.

Aiutaci a resistere contro chi vuole zittire la nostra voce!

Errori, omissioni e responsabilità sproporzionate

Un altro punto critico riguarda l’attribuzione dei danni. Ci è stato assegnato il 100% dei danni per proteste che hanno coinvolto migliaia di persone e centinaia di organizzazioni. Una decisione che contrasta con quanto previsto dalla legge del North Dakota, secondo cui i danni dovrebbero essere distribuiti tra tutti i soggetti coinvolti.

A questo si aggiungono problemi legati alle prove: sono state incluse informazioni errate, incomplete, inammissibili e pregiudizievoli, A questo si aggiunge il mancato ascolto da parte della giuria di prove pertinenti e ammissibili che – invece – erano favorevoli a Greenpeace. Il risultato è un verdetto che non riflette in alcun modo la realtà dei fatti.

Una battaglia che va oltre il tribunale

Chiedere un nuovo processo non è solo una questione legale. È un passo necessario per difendere i diritti fondamentali come la libertà di espressione e il diritto alla protesta pacifica. Punire la solidarietà mostrata verso la resistenza pacifica al Dakota Access Pipeline è del tutto inconcepibile.

Non abbiamo intenzione di fermarci. Continueremo a portare avanti questa lotta finché non verrà fatta chiarezza e finché le cause intimidatorie non smetteranno di essere usate come strumento di pressione contro chi si batte per l’ambiente.

Aiutaci a difenderci da Energy Transfer e da chiunque voglia zittire la nostra voce!