Il Tribunale di Ravenna ha assolto, per la particolare tenuità del fatto, 18 attivisti e attiviste di Greenpeace Italia coinvolti nell’azione di protesta nonviolenta realizzata il 29 settembre 2021 sulle piattaforme offshore Porto Corsini di Eni, al largo di Ravenna. Con striscioni e scritte come “No CCS” e “Trivelle = cambiamento climatico”, gli attivisti avevano denunciato le politiche fossili di Eni e il ricorso alla cattura e allo stoccaggio della CO₂ (CCS), una falsa soluzione non priva di rischi per prolungare l’utilizzo di gas e petrolio.

La sentenza riconosce la limitata offensività dell’azione di Greenpeace: la piattaforma era infatti in fase di dismissione e disenergizzata, le scritte erano rimovibili con un intervento di ordinaria manutenzione e non ne avevano compromesso la funzionalità. Ciononostante Eni si era costituita parte civile nel procedimento, chiedendo agli attivisti il risarcimento dei danni, valutati dall’azienda nell’ordine di decine di migliaia di euro. Il Tribunale ha tuttavia sottolineato l’obiettiva modestia del fatto e affermato che il danno realmente arrecato ad Eni poteva considerarsi nullo.

«È grave che Eni abbia cercato di mettere a tacere chi protesta pacificamente per difendere l’interesse collettivo con richieste di risarcimento infondate e pretestuose», dichiara Simona Abbate, campaigner Clima ed Energia di Greenpeace Italia. «Non sono le persone preoccupate per il loro futuro a dover essere trattate come criminali. I veri colpevoli sono le industrie dei combustibili fossili che, pur conoscendo da decenni le conseguenze delle loro attività inquinanti, continuano ad alimentare la crisi climatica facendo enormi profitti con il gas e il petrolio e  scaricando sulla collettività i costi dei danni ambientali, economici e sociali.
È ora che l’industria fossile paghi per i danni prodotti e contribuisca a finanziare una transizione energetica giusta».