The scene of the oil spill in the waters around Mauritius after Japanese bulk carrier, MV Wakashio, ran aground on 25 July 2020.

L’estate scorsa, la notizia di un disastro petrolifero alle Mauritius ha fatto il giro del mondo, con l’immagine dell’ennesimo paradiso naturale violato. Un impatto mediatico tanto grande da far passare in secondo piano interrogativi che ancora cercano risposte. E da essere accompagnato da una concitata serie di confuse notizie iniziali che, in alcuni casi, si sono poi rivelate false.

Prima notizia falsa: la Wakashio, la nave lunga 300 metri che si è schiantata sulla barriera corallina di Pointe d’Esny (un’area di importanza mondiale per la tutela della biodiversità: marina e terrestre), non era affatto una petroliera. Si trattava di una nave da carico che – partita da Singapore – andava in Brasile per caricare minerali ferrosi. Il problema è che una nave del genere “contiene” qualche migliaio di tonnellate di carburante che, più o meno, equivale al carico di una petroliera degli anni ’50. E questo carburante purtroppo è generalmente assai più tossico del “crude”, ovvero del petrolio non raffinato.

Seconda notizia falsa: come abbiamo riportato anche noi sulla base delle prime informazioni diffuse quest’estate, inizialmente si pensava che il carburante della Wakashio consistesse in “circa 3.800 tonnellate di «bunker» (combustibile pesante usato in crociera) e 200 tonnellate di diesel (combustibile che fornisce più potenza e si usa in particolare per le manovre)”. Nulla da dire sul diesel, ma… pare che a bordo non ci fosse una goccia di “bunker”. E qui, il mistero s’infittisce.

Dopo l’incidente, mentre un ampio tratto di mare e di costa viene imbrattato dal carburante della Wakashio, nessuno riesce a capire cosa diavolo stia davvero uscendo da quella nave. Sapere di che si tratta sarebbe di importanza vitale per interventi accurati, ma sulle operazioni in questione si ha la sensazione che scenda una coltre opaca. Un velo che un’indagine a cui Greenpeace ha collaborato ha cercato di squarciare. Con risultati che, se confermati, sarebbero piuttosto inquietanti.

In breve:

  • la Wakashio viaggiava con un nuovo – e controverso – tipo di carburante: il Very Low Sulfur Fuel Oil (VLSFO). Si tratta di un carburante che in breve tempo ha soppiantato il (già notevolmente inquinante) bunker, ma su cui pesano notevoli dubbi di carattere ambientale e di sicurezza della navigazione;
  • la pandemia Covid-19 ha generato un eccesso di offerta di carburante, in particolare di carburante per aerei, il “jet fuel”. Per smaltirlo, lo si è mescolato proprio con il VLSFO, aumentandone verosimilmente la tossicità;
  • dopo la partenza della nave da Singapore (dove aveva fatto il pieno della miscela di cui sopra), i test condotti dal proprietario della Wakashio (la giapponese Mitsui OSK Lines – MOL) avrebbero dimostrato l’inadeguatezza e la pericolosità del carburante in questione per l’integrità del motore della nave;
  • questa “miscela” pericolosa era stata prodotta da BP (la stessa responsabile del disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, nel 2010). E, infine:
  • BP si sarebbe rifiutata di fornire campioni del carburante conferito alla Wakashio a Singapore per le analisi chimiche che, come detto, avrebbero aiutato le operazioni di pulizia.

Gran parte di queste informazioni è stata ottenuta tramite richieste di accesso agli atti (Freedom of Information Act – FOIA) da parte di vari uffici di Greenpeace. E, siccome il VLSFO ormai è il combustibile navale più diffuso al mondo, viene da chiedersi: viene utilizzato anche nel Mediterraneo e in Italia?

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