#Biodiversità #Clima #Petrolio&Gas

Stop agli oleodotti

Chiedi alle banche di non finanziare progetti pericolosi per l’ambiente.

Partecipa

Per rispondere all’incremento di fenomeni meteorologici estremi come tempeste, alluvioni e incendi, dobbiamo abbandonare i combustibili fossili ed impegnarci al più presto in una transizione energetica verso le fonti rinnovabili.

Finanziare la costruzione di nuovi oleodotti e gasdotti vuol dire fare esattamente l’opposto.

Infrastrutture di questo tipo, oltre a costare miliardi di dollari, hanno impatti devastanti sull’ambiente e, molto spesso, sui diritti dei Popoli Indigeni.

La lotta per la difesa dei propri territori ancestrali ha portato i Popoli Indigeni alla guida del crescente movimento contro la costruzione di nuovi gasdotti e oleodotti, nonostante le violente repressioni.

La Columbia Britannica, la provincia più occidentale del Canada, è una delle aree più interessate da questa battaglia. Lì vivono numerose popolazioni indigene, tra cui la Nazione Wet’suwet’en, le cui terre ancestrali si estendono per circa 22km2.

Il sistema di governo tradizionale di questa Nazione si basa sulla divisione in 5 Clan e sul ruolo chiave dei Capi Ereditari, che rappresentano l’intera comunità e hanno il compito di preservare la cultura e il territorio di questo Popolo.

Una delle principali sfide che la Nazione Wet’suwet’en ha dovuto affrontare negli anni è quella di difendere la propria terra, e quindi il proprio sistema tradizionale di vita, da gasdotti e oleodotti.

La minaccia più recente è rappresentata dal progetto “Coastal GasLink pipeline” voluto della compagnia TransCanada, leader nel settore delle infrastrutture energetiche, che vorrebbe costruire un gasdotto di circa 700km a scapito delle terre ancestrali dei Wet’suwet’en. Coastal GasLink andrebbe ad alimentare un imponente impianto di esportazione di gas naturale liquefatto, chiamato “Liquefied Natural Gas Canada”, il più grande investimento privato nella storia canadese.

Tutti e cinque i Clan della Nazione Wet’suwet’en si oppongono a questo progetto.

Già nel 2009 il Clan Unist’ot’en aveva istituito un punto di controllo per regolare l’accesso ai propri territori tradizionali sulla base di un protocollo pubblico e coerentemente con il principio del “Consenso libero, preventivo e informato” previsto dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei Popoli Indigeni. Negli anni, il checkpoint si è espanso diventando un vero e proprio campo di lavoro e luogo di incontro per la conservazione della cultura Wet’suwet’en.

Lo scorso autunno, membri del Clan Unist’ot’en hanno ripetutamente impedito l’accesso alle loro terre ai consuletni del progetto Coastal GasLink, che hanno quindi chiesto l’intervento della Corte Suprema della Columbia Britannica. Nel novembre 2018, la Corte Suprema ha emesso un’ingiunzione che vietava a chiunque di bloccare l’accesso ai territori interessati dal progetto e ha ordinato di smantellare il checkpoint degli Unist’ot’en entro 72 ore.

Davanti a questa presa di posizione delle istituzioni della Columbia Britannica, il Clan Unist’ot’en si è rifiutato di smantellare il proprio checkpoint mentre il Clan confinante, quello dei Gidimt’en, ha stabilito un secondo punto di controllo.

A inizio gennaio di quest’anno la Règia polizia canadese a cavallo ha fatto irruzione nel posto di controllo del Clan Gitumd’en, arrestando 14 persone tra cui la portavoce del Clan, Molly Wickham, e impedendo l’accesso dei media all’area.

Per evitare un’escalation di violenza contro la Nazione Wet’suwet’en, i Capi Ereditari hanno deciso di concedere alla compagnia l’accesso temporaneo ai loro territori. Sono però stati chiari sul fatto che si tratta solo di un accesso temporaneo, rimanendo contrari al gasdotto e intenzionati a impedirne la costruzione.

Crediti: Michael Toledano‏ https://twitter.com/M_Tol/status/1082453781705441280

Crediti: Michael Toledano‏ https://twitter.com/M_Tol/status/1082453781705441280

Sono oltre 60 città del Canada e degli Stati Uniti in cui si sono tenuti incontri e proteste in sostegno alla Nazione Wet’suwet’en. Ma questa lotta indigena dal basso ha bisogno anche del nostro supporto!

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