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Che l’Africa sia da anni la pattumiera del traffico di rifiuti internazionale, purtroppo, è cosa nota. Com’è noto che in alcune discariche del continente, come quella di Agbogbloshie nei sobborghi della capitale ghanese Accra, finiscano da tempo tonnellate di rifiuti elettronici (Raee) provenienti da tutto il mondo. Del resto, secondo una stima delle Nazioni Unite, questo genere di commercio vale ogni anno 19 miliardi di dollari e di questi, secondo il rapporto 2015 “Waste Crimes, Waste Risks: Gaps and Challenges In the Waste Sector” del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), fino al 90% è commerciato o scambiato illegalmente. Principalmente con destinazione Africa, come fotografato anche dallo studio “Person in the port”dell’Università delle Nazioni Unite e del Centro di coordinamento per l’Africa della Convenzione di Basilea, secondo il quale ogni anno più di 60 mila tonnellate di rifiuti elettronici sono scaricate illegalmente nei porti del continente africano. Nel 77% dei casi, si tratta di prodotti provenienti da Paesi dell’Unione europea.

Sorprende, però, che nonostante gli allarmi e le inchieste questo fiume di materiali altamente inquinanti sottratti all’economia circolare continui a muoversi carsico dai porti di tutta Europa verso l’Africa. La conferma arriva dal rapporto “Holes in the circular Economy” di Basel Action Network, l’organizzazione non governativa con base a Seattle che si occupa di contrastare l’esportazione di rifiuti tossici verso i Paesi in via di sviluppo. Il lavoro di Ban ha riguardato dieci pPaesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito) ed è stato condotto tracciando attraverso GPS gli spostamenti di 314 apparecchiature elettroniche che sono state rese non funzionanti e poi depositate in centri di conferimento per la raccolta di Raee o abbandonate in strada. Diciannove di queste (il 6%) sono state esportate in probabile violazione della Convenzione di Basilea e sette sono arrivate in Africa (5 in Nigeria, 1 in Ghana e 1 in Tanzania). Secondo le elaborazioni fornite da Ban il dato, se proporzionato alla produzione continentale, indica che ogni anno 352.474 tonnellate di rifiuti elettronici si muovono dall’Europa verso Paesi in via di sviluppo, una quantità che potrebbe riempire 17.466 container di grandi dimensioni che, caricati su camion, comporrebbero una fila lunga 401 chilometri. “Tutto questo – commenta Jim Puckett, direttore di Basel Action Network – nonostante le rassicurazioni dell’Unione europea sugli sforzi fatti per mettere in atto una vera economia circolare”.

Per la parte italiana del rapporto, nel maggio 2017 Greenpeace ha collaborato con Ban rottamando in cinque città italiane 50 dispositivi tecnologici e monitorandone poi il percorso successivo verso il fine vita. Greenpeace e Ban hanno depositato in ecocentri, centri di raccolta e isole ecologiche delle province di Bologna, Milano, Roma, Venezia e Napoli stampanti, schermi Lcd, vecchi monitor Crt e computer desktop resi non funzionanti e quindi da considerare a tutti gli effetti rifiuti elettronici. Alcune apparecchiature, invece, sono state abbandonate in strada. Dei 50 oggetti utilizzati per la ricerca, due sono stati esportati fuori dall’Italia per finire sul mercato del “seconda mano”: il primo, un computer desktop, ha concluso in Nigeria il viaggio iniziato con il deposito all’Ecocentro di Pianiga, in provincia di Venezia. Il secondo, uno schermo Lcd abbandonato in strada a Milano, ha invece inviato il proprio ultimo segnale da Kumasi, seconda città del Ghana, dopo essere transitato dalla capitale Accra. “È paradossale che, nonostante le normative restrittive vigenti in Italia, la raccolta di rifiuti elettronici sfugga ancora oggi alle filiere legali con spedizioni in Paesi in via di sviluppo – ha commentato Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia – Le spedizioni di Raee in Africa sono spesso frutto di attività illegali che, oltre a non recuperare preziose risorse naturali, possono generare il rilascio di numerose sostanze tossiche come piombo, mercurio e cadmio con forti impatti negativi sull’ambiente e sulla salute”.

Il 10 maggio 2017 Ban, con il supporto di Greenpeace Italia, ha depositato un computer desktop fuori servizio all’Ecocentro Pianiga, a Mellaredo di Pianiga in provincia di Venezia, gestito dalla multiutility pubblica Veritas. Di proprietà di 44 comuni appartenenti al territorio metropolitano di Venezia (il principale azionista è quello del capoluogo con il 50,9% delle quote, seguito da quelli di Chioggia con l’8,2%, Mira e Jesolo, rispettivamente con il 4,53% e il 4,50%), la società si occupa fra l’altro della gestione del ciclo integrale dei rifiuti nei 45 comuni nell’area del bacino territoriale Venezia e della gestione del servizio idrico integrato nei 36 municipi dell’intero ambito territoriale ottimale Laguna di Venezia. Veritas, inoltre, gestisce l’igiene urbana, il servizio idrico integrato, alcuni servizi urbani collettivi e la produzione di energia da fonti rinnovabili nei comuni della città metropolitana di Venezia e in sette comuni della provincia di Treviso.

Già due giorni dopo il conferimento, il 12 maggio, il tracker inserito all’interno del desktop segnalava che il dispositivo si trovava in una zona a circa dieci chilometri dall’Ecocentro, in località Mejaniga. Sei giorni più tardi, era il 18 maggio, un secondo spostamento in una zona distante circa un chilometro sempre nell’area di Mejaniga. Nella zona, secondo quanto ricostruito attraverso l’attività investigativa condotta da Greenpeace, è stato possibile individuare tanto piccoli depositi improvvisati di materiale elettrico quanto automezzi furgonati utilizzati per il trasporto di apparecchiature elettroniche usate. Quella di Mejaniga, però, è l’ultima segnalazione del localizzatore prima di un lungo silenzio, interrotto soltanto il 14 luglio da un segnale proveniente in un mercato della periferia di Lagos, in Nigeria. Quattro giorni più tardi il desktop, probabilmente dopo essere stato venduto, è stato spostato in una zona residenziale in periferia della capitale nigeriana, da dove ha mandato l’ultimo segnale. Ma com’è arrivato in Nigeria un computer desktop ormai inservibile depositato in un ecocentro della provincia di Venezia? Una prima risposta arriva dal lavoro del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri veneto che da tempo sta indagando ipotizzando l’esistenza di un’organizzazione in grado di acquistare Raee e poi rivenderli all’estero, ricettando il provento di piccoli furti compiuti perlopiù da elementi che agiscono in proprio e quindi non “organici” alla rete. Secondo gli inquirenti, l’organizzazione con base in Veneto organizzerebbe anche il trasferimento verso l’Africa con container in partenza dal porto di Genova. Una ipotesi avvalorata anche dalle risultanze dell’attività ispettiva degli uffici del capoluogo ligure dell’Agenzia delle Dogane, che nei primi sei mesi del 2018 hanno sequestrato il 50% del totale dei Raee sequestrati in tutta Italia. L’esportazione illegale, come ricostruito dalle inchieste, avviene il più delle volte con container di vettori più o meno o compiacenti oppure occultando i rifiuti elettronici all’interno di auto usate legalmente esportate verso i Paesi in via di sviluppo e caricate su bisarche a bordo di navi roll-on/roll-off.

“All’Ecocentro Pianiga non è stato rilevato alcun furto né il 10 maggio 2017 né nei giorni immediatamente successivi”, è stata la risposta ufficiale di Veritas quando informata dell’accaduto. “Talvolta avvengono ingressi notturni negli ecocentri, che non sono strutture sorvegliate h24 – ha proseguito l’ufficio stampa – Non sempre siamo in grado di sapere cosa viene asportato nel corso di questi ingressi notturni”. “Negli orari di apertura, gli accessi sono registrati con trascrizione in un apposito registro del nome dell’utente e del tipo di materiale conferito –  ha aggiunto la multiutility – Veritas presenta denuncia ai carabinieri, nelle stazioni territoriali  degli ecocentri dove è avvenuto il furto, quando si riesce ad appurare che è stato compiuto un furto”.  Per prassi insomma, come è stato confermato da fonti confidenziali interne all’azienda, Veritas non è solita avvertire le autorità di eventuali accessi non autorizzati nei propri ecocentri (che sono comunque video sorvegliati) se non quando è possibile stabilire con certezza cosa sia stato sottratto.

La seconda apparecchiatura esportata illegalmente all’estero, fra le cinquanta usate da Greenpeace e Ban, è invece uno schermo Lcd abbandonato in strada a Cesano Boscone, in provincia di Milano, la mattina del 9 maggio 2017. Per i successivi nove mesi il dispositivo ha continuato ad inviare la propria posizione segnalando spostamenti in una ristretta area fra Cesano Boscone, Corsico e il quartiere degli Olmi di Milano. Ultima posizione rilevata sul territorio italiano il 22 febbraio 2018, poi un lungo silenzio fino al 12 aprile quando lo schermo Lcd ha segnalato la propria posizione ad Accra, capitale del Ghana, dove il giornalista Michael Anane che collabora con Ban lo ha ritrovato sugli scaffali di un mercato di generi vari, nel sobborgo di Israel. Il dispositivo, identificato grazie al numero di serie, era in vendita per 25 dollari e successivamente, probabilmente dopo l’acquisto, il 27 aprile ha inviato la sua ultima posizione da una zona residenziale di Kumasi, seconda città del Ghana distante circa 250 chilometri dalla Capitale.