#Biodiversità #Mare

Proteggi gli Oceani

Cambiamenti climatici, pesca eccessiva, estrazioni minerarie, trivellazioni, plastica: i nostri oceani subiscono di tutto per colpa dell’avidità umana. Spesso sono proprio le zone d’Alto Mare,…

Partecipa
Cambiamenti climatici nel Mediterraneo – Credits: @Lorenzo Moscia

Gli impatti dei cambiamenti climatici sugli oceani iniziano a essere evidenti. La comunità scientifica è concorde nel lanciare l’allarme: i nostri oceani messi già a dura prova dall’inquinamento, le attività estrattive e la pesca eccessiva, sono adesso più che mai minacciati dal riscaldamento globale e se non interveniamo subito tagliando le emissioni e tutelandone le aree più sensibili, rischiamo di perdere uno dei nostri migliori alleati contro la crisi climatica. Questa la denuncia del recente rapporto internazionale di Greenpeace.

I mari del Pianeta svolgono un ruolo cruciale per il nostro pianeta, non solo come importante fonte di cibo che garantisce la sicurezza alimentare e la fonte di sostentamento per migliaia di persone, ma anche per la loro capacità di sequestrare anidride carbonica dall’atmosfera: si stima che tra il 20 e il 30% delle emissioni totali di CO2 generate dalle attività umane dal 1980 siano state catturate dagli oceani. Allo stesso tempo svolgono un ruolo centrale nella regolazione della temperatura terrestre attraverso la capacità di assorbire e trasportare grandi quantità di calore, agendo quindi da regolatori del clima. Si stima che gli oceani abbiano assorbito circa il 93% del calore dovuto all’aumento di gas serra in atmosfera.

Ma i delicati e complessi equilibri del mare sono messi a rischio proprio dall’aumento dei gas serra e i conseguenti cambiamenti climatici, che stanno causando progressivamente in tutti gli oceani del Pianeta modifiche radicali – ad esempio in termini di aumento delle temperature, acidificazione e riduzione dell’ossigeno disciolto, con conseguenze sulla biodiversità marina e non solo. Si stima che nel Mediterraneo, un vero hot spot per gli effetti di questa crisi climatica per le sue caratteristiche di bacino semi chiuso, le temperature superficiali siano aumentate in modo particolarmente rilevante con un aumento di circa 2°C registrato nei mari italiani negli ultimi 50 anni. Questo riscaldamento del mare, che si inizia a registrarsi anche in profondità, oltre ad avere un impatto diretto sulle specie che lo abitano, contribuisce a generare anche fenomeni climatici estremi: una temperatura più elevata dell’acqua superficiale alimenta temporali più violenti, facendo aumentare i danni causati dai cicloni e dalle tempeste (ai Tropici come nel Mediterraneo).

Ma conseguenza dei cambiamenti climatici sono anche lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento dei livelli del mare (in parte dovuto anche all’espansione delle masse d’acqua causato dall’aumento di temperature) sta mettendo in crisi interi ecosistemi e minacciando la vita di migliaia di persone, che popolano le zone costiere. Si stima che 800 milioni di persone che vivono in oltre 570 città costiere siano vulnerabili a un innalzamento del livello del mare che al 2050 potrebbe raggiungere 0,5 metri. Nel Mediterraneo dal 1993 al 2017, si è registrato un innalzamento medio annuo del livello del mare di 2,4 millimetri a causa del riscaldamento globale, e numerose zone sensibili, dal bacino di Venezia a aree prossime alle foci dei fiumi sono fortemente minacciate da questi cambiamenti, con conseguenze che sono a noi già evidenti.

A confermare l’emergenza in atto è la comunità scientifica a livello mondiale. Due recenti rapporti delle Nazioni Unite, uno specifico sugli impatti dei cambiamenti climatici sul mare e la criosfera, e uno sulla biodiversità, sottolineano come vi sia uno stretto e complesso legame tra i cambiamenti climatici e gli oceani. Gli esperti spiegano che l’aumento dei gas serra sta amplificando gli impatti delle attività umane, con una perdita di biodiversità senza precedenti, tra cui il 33% delle specie della barriera corallina e oltre un terzo di tutti i mammiferi marini. Ciò interferisce con la capacità di fornire servizi “ecosistemici” fondamentali: dalla produzione di cibo per migliaia di persone all’efficacia nell’assorbire l’eccesso di CO2 che immettiamo nell’atmosfera.

Sono necessarie azioni urgenti e coordinate per salvare i nostri oceani e garantire la vita sul nostro Pianeta: i governi devono mettere in atto piani energetici in linea con l’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature terrestri entro 1,5 °C per evitare conseguenze ben peggiori, e allo stesso tempo devono tutelare le aree più sensibili dei nostri oceani, per permettere loro di adattarsi e sopravvivere a un futuro incerto. La comunità scientifica è concorde nel dire che per salvare gli oceani dobbiamo assicurarci di mantenerli in “salute” aumentando la loro resilienza, ovvero la loro capacità di reagire e adattarsi ai cambiamenti in atto. Un sistema già fortemente compromesso da impatti antropici, come la pesca eccessiva o l’inquinamento, difficilmente riuscirà a far fronte alla crisi del nostro Pianeta. Per farlo è necessario sviluppare entro il 2030 una rete di Santuari marini, aree libere da ogni attività umana, che copra il 30% della superficie degli oceani, tutelando le aree di particolare importanza in termini di biodiversità e assorbimento di CO2. Per questo Greenpeace sta lottando a livello globale perché entro il 2020 venga adottato un Accordo Globale per gli oceani, che garantisca concreti meccanismi di tutela per le zone d’alto mare più sensibili e di maggior valore biologico. Salvare i nostri mari è possibile, quello che manca è una forte volontà politica per farlo. Gli oceani sono un immenso bene comune: in tutto il mondo sta crescendo il movimento di persone per proteggerli, ma abbiamo bisogno dell’impegno di ognuno di noi.

Gli Oceani sono uno dei nostri migliori alleati contro i cambiamenti climatici. Se ci prendiamo cura dei mari del Pianeta, essi si prenderanno cura di noi.