La caccia in Islanda

Pagina - 3 gennaio, 2011
Uccidere le balene per salvare l’economia islandese? Sembra una cosa terribile e infatti per noi lo è.

A gennaio 2009, il governo islandese rassegna le dimissioni davanti alle diffuse proteste contro il suo modo di affrontare la crisi finanziaria. Verso la fine del suo incarico, l’uscente ministro della Pesca, Einar Gudfinnsson, annuncia, però, il controverso e massiccio aumento delle quote della caccia alla balena in Islanda, fino ad arrivare a un numero annuale di 100 esemplari di balenottere minori e 150 di balenottere comuni nell’arco di cinque anni, superando di 30 individui la quota di balenottere minori e di 9 quella di balenottere comuni stabilite ad ottobre del 2006.

Questa decisione arrivava dopo la pressione della malata industria baleniera, disperatamente attaccata dalla crisi, che affermava come la caccia alla balena sarebbe servita a creare posti di lavoro. In realtà questa mossa non è nulla di più di una trovata pubblicitaria vergognosa e cinica che non ha niente a che fare con l’uso delle risorse naturali, ma è totalmente legata alla politica.

Segue subito la protesta internazionale, con Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia, Finlandia e Svezia, per chiedere la revoca ad interim della decisione da parte del Primo Ministro islandese Sigurdardottir. Il 18 febbraio 2009 il temporaneo ministro della Pesca, Steingrímur Sigfusson, annuncia che, mentre per ragioni legali non poteva annullare la mossa assurda di Gudfinnsson, l’industria baleniera non poteva aspettarsi di ricevere automaticamente una quota dopo il 2009.

L’Islanda è una delle tre nazioni che pratica ancora la caccia commerciale alle balene e, come la Norvegia, ha una riserva nei confronti della moratoria dell'IWC  sulla caccia commerciale. In passato l’Islanda usava la stessa scappatoia del Giappone: la “caccia scientifica” che in realtà è una scusa per praticare quella commerciale. L’Islanda è ritornata alla caccia commerciale nel 2006 e poi ancora nel 2008, avendo terminato il “programma scientifico”.

La maggior parte dell’insistenza della lobby islandese sulla caccia è basata sulla convinzione dell’esistenza di un nutrito mercato aperto della carne di balena in Giappone, visto il recente export di carne da Islanda e Norvegia verso questo Paese. L’industria baleniera afferma che se si esportasse più carne verso il Giappone, si verrebbero a creare più posti di lavoro in Islanda.

Comunque:

Il mercato della carne di balena in Giappone è debole: si contano più di 3.000 tonnellate di carne di balenottera minore surgelata in magazzino. Il numero aumenta o diminuisce durante l’anno ma in cinque anni non è sceso sotto le 2.300 tonnellate. Uno dei maggiori quotidiani giapponesi, Asahi Shimbun, il 13 novembre 2008 ha riportato che l’operazione “di ricerca” giapponese nell’Antartico aveva intenzione di ridurre la sua caccia, programmata per 935 balenottere minori, a 700 esemplari a causa della bassa domanda.

La carne di balenottera minore importata dalla Norvegia, e così quella di balenottera comune islandese esportata, a gennaio 2009 è ancora in giacenza. Parte del carico di carne di balenottera comune rimane invenduto, sette mesi dopo viene rimandato in aereo in Giappone.

Come per le balenottere minori, il Giappone produce carne dalle balenottere boreali del Nord Pacifico e dalle balenottere comuni dell’Antartico. La pesca di balenottere boreali nel 2008 è stata di 50 esemplari e la maggior parte della carne è rimasta invenduta. La quota di balenottere comuni cacciate nell’Antartico per l’anno 2008-2009 è di 50 animali.

Molte delle balene catturate dal Giappone nel Nord del Pacifico e nell’Antartico vengono macellate a bordo di una nave officina, la Nisshin Maru. La società che si occupa del funzionamento della nave è la responsabile del commercio di tutta la carne di balena ottenuta durante queste operazioni e, quindi, controlla il mercato. Questa azienda non accoglie volentieri la concorrenza con la Norvegia e l’Islanda visto che il mercato è già saturo ed è difficile vendere i prodotti. La priorità della società che si occupa della caccia è quella di vendere il suo prodotto, cosa impossibile visti gli arretrati della caccia dell’anno 2008/2009.

Le autorità giapponesi considerano le importazioni di carne di balena caso per caso. Anche se un carico islandese venisse autorizzato, questo non vorrebbe dire che anche i carichi futuri verranno accettati.

Greenpeace, con altre nazioni, organizzazioni non-governative e con l’industria turistica islandese, raccomanda caldamente al governo di interrompere la caccia alla balene e di concentrarsi su soluzioni reali che promuovano la bellezza dell’ambiente islandese, come il turismo e il whale watching.

La caccia non porta beneficio all’Islanda e alla sua economia: ha un effetto negativo sui marchi islandesi e in generale sulla credibilità dell’immagine del Paese come responsabile della gestione sostenibile delle risorse naturali.

Anche un piccolo incremento nel turismo per la pratica del whale watching può creare e assicurare più posti di lavoro e più soldi della caccia alla balena. Nel 2008 circa 115.000 persone sono andate in Islanda per praticare il whale watching e più del 20% di loro pensa che questa sia una ragione importante per fare un viaggio in Islanda, spendendo così anche milioni di dollari. Altre 115.000 persone hanno sottoscritto la promessa di visitare l’Islanda se smetterà di cacciare le balene.

Il turismo in generale e il whale watching in particolare promuovono la bellezza del paesaggio islandese e sono molto più redditizi per l’economia di quanto possa essere o sarà mai la caccia. L’immagine dell’Islanda come una nazione basata sull’industria baleniera, impegnata a cacciare le balene e alla commercializzazione della loro carne finalizzata al consumo nel mondo come bene di lusso, di certo non aiuta a promuovere il turismo nel Paese o la sua immagine a livello internazionale.

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