Vi siete mai chiesti come fanno aziende del petrolio e del gas a definire verdi le proprie attività, promettendo di arrivare velocemente ad emissioni nette zero, mentre continuano a sfruttare e bruciare combustibili fossili?

Oggi insieme a Recommon facciamo luce proprio su questo, illustrando una parte consistente dei programmi di compensazione che riguarda le foreste, il REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation in developing countries). Nel nostro rapporto  “Cosa si nasconde dietro l’interesse di ENI per le foreste”, spieghiamo proprio come funziona questo strumento usato da Eni (e molte altre multinazionali), che per compensare le numerose emissioni causate dalle proprie attività estrattive, acquistano crediti di carbonio da progetti di conservazione delle foreste.

Negli ultimi anni Eni ha annunciato di aver siglato accordi per progetti REDD+ in vari Paesi dell’America Latina e dell’Africa, tra cui il Luangwa Community Forests Project (LCFP), in Zambia. 

Cosa sono e come funzionano i crediti di carbonio?

I progetti in questione dovrebbero impedire l’emissione di anidride carbonica (CO2) evitando la deforestazione. Il funzionamento dei crediti di carbonio è simile a quello dei titoli azionari, ma invece di quote societarie essi rappresentano il diritto ad emettere CO2.

Da dove vengono questi crediti? Da progetti di compensazione della CO2, attività di conservazione delle foreste che dovrebbero impedire l’emissione di anidride carbonica, prevenendo la deforestazione. In pratica, acquistando questi titoli sul mercato del carbonio, le società possono affermare di aver compensato un certo volume delle loro emissioni, perché le hanno impedite altrove.

La compensazione di CO2 con le foreste è un alibi per continuare a bruciare gas e petrolio

La credibilità degli schemi di compensazione risulta però compromessa dal fatto che si basano su un assunto impossibile da verificare: si presumono riduzioni di emissioni immaginando e stimando ciò che sarebbe accaduto (deforestazione) se tali progetti non fossero stati realizzati. Stime aleatorie, che però servono a tenere in vita ancora per decenni il modello dell’estrazione di gas e petrolio.

Acquistando crediti sul mercato del carbonio o investendo direttamente in presunti progetti di conservazione, aziende come Eni possono presentarsi come protettrici della biodiversità, nonostante le loro attività estrattive continuino a causare la distruzione degli ecosistemi su cui ricadono le loro concessioni, come per esempio nel Delta del Niger o in Mozambico.

Con i crediti di carbonio le multinazionali possono dichiarare un volume di emissioni molto inferiore rispetto a quello di cui sono responsabili.

Grazie a questa tipologia di progetti, l’Eni – ovvero l’azienda italiana con il più alto livello di emissioni di gas serra – è in grado di scrivere nel suo piano di decarbonizzazione che il gas fossile costituirà una parte centrale del proprio business persino oltre il 2050, affermando al contempo che, per quell’anno, la società avrà raggiunto l’obiettivo di emissioni nette zero. Di fatto i meccanismi di compensazione della CO2 , di cui il REDD+ è una parte importante, insieme al Carbon Capture and Sequestration (CCS), consentono alle multinazionali del fossile di dichiarare un volume di emissioni molto inferiore rispetto a quello di cui si è effettivamente responsabili.

Malgrado sia noto che l’efficacia di questi strumenti sia alquanto discutibile, di fatto il REDD+ si è rivelato estremamente efficace nel ripulire l’immagine delle industrie più inquinanti, consentendo loro di nascondere il proprio impatto climatico. Nel frattempo, spesso accade che comunità locali, tradizionali e Popoli Indigeni interessati dai REDD+ non vedano riconosciuto il proprio diritto alla terra e, anzi, vengano rappresentati come una minaccia per la biodiversità e per le foreste, a causa di pratiche culturali o di sussistenza. Oltre al danno la beffa, dal momento che spesso sono proprio queste comunità a difendere le foreste dagli attacchi della grande industria estrattiva e agro-alimentare, anche a costo della vita!

Mentre cerca di gettarci fumo negli occhi provando a farci credere di aver intrapreso una seria svolta green, Eni investirà solo lo 0,8% del suo profitto lordo in progetti che non vanno alla radice del problema della deforestazione, riducendo le emissioni solo sulla carta e per di più con cifre che appaiono gonfiate. Il tutto mentre, nei prossimi quattro anni, prevede di aumentare le estrazioni di gas e petrolio!

Chiedi a Eni di cambiare

È ora di smetterla con gli idrocarburi e di puntare davvero su un futuro green: Eni, le bugie hanno le zampe corte.

Partecipa ×