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#Biodiversità #Mare Proteggi gli Oceani

Cambiamenti climatici, pesca eccessiva, estrazioni minerarie, trivellazioni, plastica: i nostri oceani subiscono di tutto per colpa dell’avidità umana. Spesso sono proprio le zone d’Alto Mare,…

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Credits: Lorenzo Moscia/ Greenpeace

I cambiamenti climatici minacciano anche la biodiversità dei nostri mari, e per monitorare cosa accade abbiamo posizionato in diversi punti del Tirreno e dell’Adriatico dei termometri per registrare le temperature dalla superficie fino a 40 metri di profondità. L’ultimo punto in cui li abbiamo installati è l’area marina protetta di Torre Guaceto, in Puglia.
Le variazioni della temperatura influenzano l’ecosistema ed è in atto una vera e propria “tropicalizzazione” del Mediterraneo. Non è un bene: aumentano specie che vivrebbero ad altre latitudini, mentre specie simboliche muoiono inesorabilmente.

I monitoraggi condotti in Sardegna nell’area marina protetta di Capo Carbonara ad esempio mostrano una situazione in rapida evoluzione: fenomeni di sbiancamento delle alghe corallinacee fino ai 35 metri, non presenti nell’area lo scorso anno, e gravi impatti sulle colonie di gorgonie, soprattutto tra i 20 e 30 metri di profondità, dove in alcuni siti si è riscontrata la morte del 90 per cento delle colonie di gorgonie gialle (Eunicella cavolini). Per trovare gorgonie gialle e bianche (Eunicella singularis) in buone condizioni bisogna scendere fino a 30-40 metri. Le gorgonie rosse (Paramuricea clavata) presentano invece ancora i segni delle morie registrate nelle estati tra il 2018 e il 2020 quando le temperature superficiali hanno superato di circa un grado le medie mensili. Il fenomeno di tropicalizzazione del Mediterraneo è inoltre sempre più evidente: aumentano le specie termofile native, tra cui il pesce pappagallo (Sparisoma cretense), la cernia dorata (Ephinephelus costae) e il vermocane (Hermodice carunculata), la cui popolazione è esplosa negli ultimi anni anche qui, come in Sicilia, segnale di un lento spostamento verso nord dell’abbondanza di alcune specie meridionali.

A Torre Guaceto non sono stati evidenziati gravi fenomeni di mortalità sugli organismi studiati, ma anche in quest’area marina protetta si possono osservare gli effetti dei cambiamenti climatici, come lo sbiancamento delle alghe corallinacee, soprattutto alle profondità più superficiali, e del madreporario mediterraneo (Cladocora coespitosa). O, ancora, la presenza di specie termofile sia native che aliene, come l’alga Caulerpa cylindracea, dominante tra i 20 i 30 metri di profondità. Si tratta di fenomeni che andranno monitorati nel tempo per capire come le variazioni della temperatura possano influenzare l’ecosistema. A questo scopo, in maggio, nell’ambito del progetto “Mare caldo”, l’area marina protetta di Torre Guaceto ha posizionato dei sensori in grado di monitorare le temperature marine dalla superficie fino a 40 metri di profondità. Nell’Adriatico, la nostra rete per studiare gli impatti dei cambiamenti climatici comprende, oltre a Torre Guaceto, anche l’area marina protetta di Miramare (Trieste): il confronto dei dati raccolti tra le due stazioni aiuterà a capire le dinamiche in atto in questo bacino semichiuso e di confrontarle con quelle degli altri mari italiani.

Proprio a Torre Guaceto in questi giorni ha fatto tappa la nostra spedizione di ricerca “Difendiamo il mare” per studiare gli impatti dell’inquinamento da plastica e microplastiche e dei cambiamenti climatici nel Mar Adriatico centro-meridionale. 

Gli oceani sono un tassello fondamentale per regolare gli equilibri climatici: per salvarli abbiamo bisogno di tutelare il 30% dei mari entro il 2030!

Credits: Lorenzo Moscia/ Greenpeace