Siamo increduli, ma soprattutto preoccupati, di fronte a due recenti decreti approvati pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri, a tema marino ed ambientale. Due provvedimenti – uno a firma del Ministro dell’ambiente Costa, l’altro proposto dal Premier Conte e supportato dal Sottosegretario all’ambiente Gava – che, lungi dal garantire la protezione dell’ambiente e delle risorse comuni, sembrano invece rappresentare dei bei regali alle lobby della pesca.  Potranno certamente ritenersi soddisfatti per l’ottimo risultato ottenuto a tutela del settore i pescatori professionali e sportivi, ma che ne sarà della tutela dell’ambiente?

Il decreto Salva Mare

Succede infatti che la scorsa settimana sia stato approvato il decreto “Salva Mare”: un provvedimento che, colmando finalmente una lacuna normativa, consente (giustamente) ai pescatori di portare a terra quei rifiuti che prima dovevano essere per forza ributtati in mare. Il Ministro, che non ha pensato di introdurre un sistema di responsabilità e copertura dei costi da parte di chi quei rifiuti li produce (visto che trattasi perlopiù di plastica!), non si è però fermato qui. Da quanto si legge, il decreto prevede infatti di conferire una certificazione di sostenibilità delle attività di pesca  a tutti i pescatori che collaborino alle attività di raccolta dell’immondizia in mare. Tutti i pescherecci raccolgono plastica e rifiuti intrappolati nei loro attrezzi, ma certificare un’attività di pesca come “sostenibile” solo per aver fatto lo spazzino del mare e non per le modalità di pesca applicate è assurdo oltre che pericoloso e ingiusto.

Sarebbe come dire: se fai lo spazzino del mare per qualche giorno il Ministro ti regala una bella attestazione che certifica che sei un pescatore sostenibile!

Non importa se per pescare usi attrezzi dannosi per fondali e habitat marini o se magari, dopo aver raccolto un po’ di spazzatura, esci e peschi illegalmente: il Ministro ti dà un bel bollino di pesca sostenibile. Una beffa e un’ingiustizia, prima di tutto per i pescatori artigianali che, pur pescando con attrezzi che hanno un basso impatto ambientale e che sono davvero sostenibili, non vedono in alcun modo i propri prodotti valorizzati e differenziati  da quelli provenienti da sistemi di pesca più dannosi e distruttivi. I pescherecci a strascico, ad esempio, arando i fondali con le loro reti, raccolgono ovviamente grandi quantità di rifiuti, ma ciò non li rende per nessun motivo dei sistemi di pesca sostenibili! Basti pensare che in alcuni tipi di pesca di questo genere, il pesce “indesiderato” – perché di scarso valore commerciale – scartato e poi rigettato in mare, può superare anche il 50% delle catture.

Un’attestazione come quella proposta dal Ministro sarebbe una beffa anche per i consumatori, che verrebbero confusi da certificazioni di sostenibilità di attività di pesca poco chiare e inaffidabili, come se non bastasse la scarsa affidabilità delle certificazioni già presenti sul mercato.

L’introduzione di specie alloctone

Ma non è tutto: il Ministro Costa ha infatti appoggiato un secondo pericoloso decreto che consente di introdurre in natura specie alloctone, cioè specie inserite dall’uomo in contesti diversi da quelli di cui sono originarie. Un altro bel regalo alle lobby, questa volta della pesca sportiva e ricreativa, che infatti, in una nota apparsa sul sito della FIPSAS (una delle principali associazioni di rappresentanza della pesca sportiva), hanno affermato di aver “lavorato sodo dietro le quinte[…]per superare l’impasse normativa ” e hanno definito  questo provvedimento come “ un fondamentale tassello del mosaico che sta componendo la FIPSAS per far sì che l’attività di pesca ricreativa e agonistica nelle acque interne sia sempre garantita e non venga più preclusa a causa dei divieti alle immissioni”.

Non è chiaro se tale assurda modifica si applichi solo alle acque interne o, come sembra, se possa in futuro riguardare anche l’immissione di specie marine, circostanza che la renderebbe ancora più grave! Ci aspettiamo che il Ministro chiarisca subito le motivazioni e i dettagli di questa scelta politica potenzialmente scellerata.  Certamente si è lavorato “sodo e dietro le quinte” per far passare questa proposta che -di fatto- introduce una deroga alla Direttiva Europea Habitat sulla conservazione degli ecosistemi e della natura. La Direttiva Habitat, un caposaldo della legislazione europea in materia di tutela ambientale, vieta infatti la reintroduzione e il ripopolamento in natura di specie alloctone, proprio per gli alti rischi ambientali che immissioni di questo tipo possono comportare alle specie autoctone. Prevedere i rischi di tali immissioni è estremamente complicato e le valutazioni cui fa riferimento il nuovo decreto ministeriale hanno fatto fiasco assai spesso in passato. La Direttiva Habitat aveva quindi applicato – viste le pessime esperienze del passato – il “Principio di Precauzione”. Quel principio fondamentale nelle tematiche ambientali che adesso il Ministero dell’Ambiente sembra voler abbandonare.

Ma ci chiediamo: è questo il modo per tutelare davvero l’ambiente e il mare?

 

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