Nucleare, falsa soluzione

Pagina - 14 gennaio, 2011
L’energia nucleare non serve a proteggere il clima. Anche raddoppiando la potenza nucleare, l’effetto sulla riduzione delle emissioni di CO2 è limitato al 5 per cento. E si dovrebbe mettere in rete un reattore ogni due settimane da ora al 2030.

Il nucleare è una fonte molto limitata

Il contributo del nucleare per coprire il fabbisogno energetico mondiale è di circa il 2 per cento. A questo livello di produzione, vengono utilizzate 65-70 mila tonnellate di Uranio all’anno. Secondo l’IAEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica di Vienna) le stime correnti delle risorse di Uranio “ragionevolmente certe” sono dell’ordine dei 3,5 milioni di tonnellate: dunque una quantità per coprire circa cinquant’anni di fabbisogno. Se a queste si aggiungono le risorse “dedotte” dalla valutazione delle analogie geologiche, allora la quantità sale a quasi 5,5 Milioni di tonnellate. Dunque risorse per circa ottant’anni agli attuali livelli di consumo: se ci fosse davvero un “rinascimento nucleare” l’orizzonte temporale per l’esaurimento di queste risorse scenderebbe proporzionalmente.

Anche raddoppiando la potenza installata il contributo sarebbe marginale

Secondo le stime dell’IPCC (la Commissione intergovernativa per i cambiamenti climatici dell’ONU), uno scenario di raddoppio della potenza nucleare installata contribuirebbe a un taglio dell’ordine del 5 per cento sugli scenari di emissione dei gas a effetto serra. Ma per raggiungere quest’obiettivo – includendo anche i reattori che andranno chiusi per limiti d’età – bisognerebbe mettere in funzione un nuovo reattore nucleare ogni due mesi da oggi al 2030.

La CO2 emessa dal ciclo dell’Uranio non è marginale ed è destinata ad aumentare

Anche dal nucleare vi sono emissioni di CO2: dall’estrazione in miniera dell’Uranio ai processi di arricchimento del combustibile arrivano i contributi principali. Per ogni kWh prodotto vi sono emissioni non nulle a seconda degli impianti utilizzati nei diversi casi; una analisi della letteratura scientifica mostra un ampio intervallo di valori con un valore mediano di 66 grammi di CO2 per kWh, valore maggiore delle emissioni dal ciclo di produzione delle fonti rinnovabili (circa 40 grammi per il solare e meno di 10 per l’eolico). Ad ogni modo, man mano che si esauriscono i giacimenti più ricchi di Uranio e si comincia a utilizzare quelli con densità via via inferiori, la quantità di roccia da estrarre è destinata ad aumentare per ricavare la stessa quantità di Uranio, facendo aumentare in prospettiva anche le emissioni di CO2.

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