Dopo anni di negoziati, il 17 gennaio entrerà finalmente in vigore il Trattato globale sugli oceani, l’accordo internazionale delle Nazioni Unite finalizzato a proteggere l’alto mare, cioè le aree oceaniche che non appartengono a nessuno Stato (pari a circa il 60% degli oceani). Il Trattato, che ha superato lo scorso settembre le 60 ratifiche necessarie per diventare efficace, è uno strumento indispensabile per proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030 attraverso l’istituzione di Aree Marine Protette (AMP). Ad oggi 81 Paesi lo hanno ratificato, tra cui la Francia, la Cina, Cuba e la Grecia, solo per citarne alcuni, ma l’Italia non è tra questi. Nel nostro Paese la discussione è lontana da una eventuale ratifica e ci sono stati molteplici rimpalli tra le istituzioni coinvolte, come è successo per altri accordi internazionali per la tutela del mare mai ratificati

«Siamo ancora lontani dall’obiettivo di proteggere almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030”, dichiara Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. «Le Aree Marine Protette in Italia sono poche, piccole e coprono una superficie irrisoria di mare. Sostenere i loro progetti di tutela e ampliamento è essenziale per limitare l’inquinamento e lo sfruttamento del Mediterraneo. È il momento di ratificare quanto prima il Trattato globale sugli oceani anche in Italia». 

La protezione dei mari italiani versa in una situazione critica, con meno dell’1% di mare protetto da misure di conservazione efficaci. Per aumentare questa percentuale e per contribuire alla conservazione degli habitat marini, un anno fa Blue Marine Foundation e Greenpeace Italia hanno lanciato il Progetto “AMPower” che affianca le Aree Marine Protette italiane nei processi di ampliamento, rizonizzazione dei confini e presa in gestione efficace dei siti Natura 2000, oggi tutelati spesso solo sulla carta. 

Greenpeace e Blue Marine Foundation si sono poste come interlocutrici dirette tra le Aree Marine Protette, il Ministero dell’Ambiente e l’ISPRA, e individuato le principali criticità che affrontano le AMP, tra cui una gestione spesso insufficiente e frammentata, la loro complessa condizione giuridica amministrativa, la mancanza di personale, la scarsità di fondi e di attività di sorveglianza, e la mancata regolamentazione del fenomeno dell’over-tourism. Ancora più critica è la situazione dei Siti di Interesse Comunitario (SIC) marini della rete Natura 2000 designati dall’Unione Europea e gestiti dalle Regioni, per i quali mancano sistemi di governance e misure di tutela efficaci da attività ad alto impatto, come la pesca a strascico. 

Il progetto ha già promosso nel SIC dell’Argentiera (in Sardegna) e nell’AMP di Torre Guaceto (in Puglia) dei monitoraggi scientifici in collaborazione con il DISTAV dell’Università di Genova sullo stato di salute del coralligeno e delle praterie di Posidonia oceanica, che hanno mostrato un buono stato di salute generale, ma anche diversi segnali di impatto antropico, legati soprattutto alle attività di pesca. Nella sede dell’AMP dell’Asinara, è stato inoltre organizzato un incontro di confronto tra le diverse realtà interessate nella gestione del SIC dell’Argentiera, per definire le misure di mitigazione più adeguate a proteggere queste aree ad alta biodiversità. Infine, l’AMP di Torre Guaceto ha proposto una nuova zonizzazione che prevede nuove aree A e B+, aumentando così all’interno dell’AMP le aree a maggior tutela.

«AMPower vuole favorire la corretta protezione dei siti Natura 2000, oltre che delle AMP esistenti, attraverso l’affidamento della gestione di questi agli enti gestori delle AMP limitrofe, garantendo così una tutela efficace di porzioni di mare più ampie», dichiara Giulia Bernardi, project manager in Italia di Blue Marine Foundation.

AMPower si pone quindi come una sfida, supportando le AMP ad operare e resistere in un contesto complesso, in cui spesso la tutela del mare è percepita più come un ostacolo e non come un’opportunità di crescita per l’intera società.