Carbone: ci guadagna solo ENEL

Pagina - 7 agosto, 2012
La spinta a voler investire negli impianti a carbone è essenzialmente economica. Il prezzo di riferimento dell’elettricità sul mercato è infatti determinato con un meccanismo del prezzo marginale: gli ultimi impianti entrati (dunque quelli a gas) fissano il prezzo di riferimento. Dunque, chi produce a carbone e specie con impianti vecchi (già ammortizzati) ha un vantaggio economico, che però viene incorporato come extra-profitto dall’azienda.

Vediamo il caso della centrale di Brindisi. Nel 2009 i costi per la produzione di 1 MWh (megawattora) da carbone oscillavano tra 17,9 e 21,4 euro, secondo le stime dell’Osservatorio dell’Energia. Una stima approssimativa dei costi di combustibile per produrre i 15 milioni di MWh è dunque di 300 milioni di euro. Ma a quanto ENEL ha venduto l’elettricità quell’anno? Secondo il suo Bilancio di esercizio, il prezzo di cessione medio dell’elettricità nel 2009 è stato dell’ordine dei 62 €/MWh, dunque con un ricavo lordo stimabile in oltre 900 milioni di euro. Una differenza di 600 milioni di euro – quasi 2 al giorno di funzionamento – cui vanno sottratte le voci del personale, della manutenzione e altri oneri.

Come dimostriamo nel nostro briefing “ENEL, i veri costi del carbone”, si tratta di una cifra dello stesso ordine di grandezza dei danni ambientali e sanitari (inclusa la mortalità prematura) come stimati dall’Agenzia europea per l’ambiente. E dunque, citando Ernesto Rossi, usando il carbone “si privatizzano i profitti e si socializzano i costi”.

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