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#Consumi #Inquinamento #Mare Più mare, meno plastica!

Il mare non è una discarica: chiedi alle aziende di abbandonare l’usa e getta.

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Product picture of microbeads/micro plastics which were found in cosmetic products from Germany and filtered out.

In questi mesi caratterizzati dalla crisi sanitaria dovuta alla pandemia in corso, abbiamo più volte evidenziato la gravità di un’altra crisi globale a cui stiamo assistendo da anni e che non sembra avere fine: l’inquinamento da plastica. Gli studi condotti finora sulle microplastiche, particelle inferiori ai 5 millimetri di dimensioni, ne hanno dimostrato la presenza in numerosi ecosistemi: dalla vetta del Pianeta, l’Everest, alla depressione marina più profonda, la Fossa delle Marianne. Ad oggi nessuno studio ha escluso o identificato con certezza le possibili conseguenze sulla salute umana legate all’ingestione di plastica nonostante le microplastiche sono presenti a tutti i livelli della catena alimentare, oltre che nell’aria che respiriamo e nell’acqua che beviamo.

Un nuovo studio condotto da ricercatori dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma e dell’Università Politecnica delle Marche ha accertato per la prima volta la presenza di microplastiche all’interno di un’area cruciale del corpo umano per sostenere lo sviluppo del feto: la placenta. Nella ricerca sono state analizzate le placente di pazienti sane e consenzienti che hanno mostrato la presenza di dodici particelle di plastica con dimensioni comprese tra i 10 e i 5 micrometri (ovvero tra 0,01 e 0,005 millimetri). Grazie alla microspettroscopia raman i ricercatori hanno identificato che tre delle particelle ritrovate erano in polipropilene, una delle tipologie di plastica più usate al mondo per packaging e imballaggi monouso. Per le altre invece non è stato possibile individuare di che tipo di plastica si trattava ma gli autori ci informano che erano colorate con pigmenti impiegati in numerosi prodotti di uso comune come cosmetici, smalto per le unghie, prodotti per la cura della persona. La presenza di plastica nella placenta, potenzialmente, può alterare la comunicazione tra le cellule del feto e quelle materne che a loro volta potrebbero causare complicazioni durante la gravidanza. La placenta è intatti l’interfaccia di un processo di continuo adattamento del feto all’ambiente “materno” e, indirettamente, a quello esterno che – tra l’altro – consiste nella capacità di differenziare tra il “sé” e il “non sé”: un meccanismo, sostengono gli autori, che potrebbe essere perturbato dalla presenza di microplastiche. Insomma, c’è il rischio che la plastica diventi parte del nostro “sé”: cyborg, appunto.

Un ulteriore problema associato alla presenza di frammenti di plastica nel nostro corpo è che questi possono agire come vettori di sostanze inquinanti usate anche come additivi nel processo di produzione della plastica. E’ questo il rischio messo in luce dalla ricerca Plastics in the Spotlight Project: Plastic food packaging chemicals & human health pubblicata da Zero Waste Europe Network nei giorni scorsi. Lo studio ha analizzato campioni di urina di diversi cittadini e cittadine europee in cui sono state riscontrate sostanze chimiche pericolose come ftalati e fenoli, usate anche nel processo produttivo della plastica per gli imballaggi alimentari, a cui sono riconducibili patologie gravi come malattie cardiovascolari e cancro oltre ad effetti sul sistema riproduttivo e immunitario.

Ma cosa fare per ridurre subito la nostra esposizione alle microplastiche? Ne abbiamo denunciato la presenza, insieme ad ingredienti in plastica in forma liquida, semisolida e solubile, nei prodotti per il make-up pubblicando la guida al consumo Il trucco c’è. In questo modo possiamo individuare prodotti con plastica all’interno, che mettiamo su labbra, faccia e occhi col concreto rischio di ingerirla o respirarla, evitando subito un maquillage pieno di uno sporco trucco di plastica.