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#Agricoltura #Cibo #Clima #Consumi #Salute Ferma gli Allevamenti Intensivi

Quello che mangiamo oggi determina il mondo di domani: non mettiamo il Pianeta nel piatto!

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Mentre nel nostro Paese ha  giurato un nuovo ministro dell’Agricoltura, che ci auguriamo dedichi la giusta attenzione alla necessità di rendere realmente verde questo settore, in Europa si dibatte sulla PAC (Politica agricola comune) e sulla strategia Farm to Fork, che dovrebbero contribuire a rendere il Green Deal un progetto concreto. Ma come si muovono le lobbies dell’agricoltura rispetto a questi temi?

Proprio sul “peso” ambientale del settore agroalimentare, e in particolare degli allevamenti intensivi, ribadito ormai da innumerevoli lavori di rilevanza scientifica (Food system Impacts on Biodiversity; IPCC special report on Climate Change and Land; Food in the Anthropocene – EAT–LancetCommission) si  alza l’attenzione da parte delle grandi organizzazioni di settore, che dai loro uffici spesso vicini ai luoghi decisionali chiave, operano affinché l’attuale sistema rimanga sostanzialmente invariato, anche a costo di negare l’evidenza.

Tra queste un ruolo fondamentale lo gioca il Copa-Cogeca che, come si legge dal loro sito, rappresenta circa 22 milioni di agricoltori europei (Copa – Comitato delle organizzazioni professionali agricole) e difende gli interessi delle cooperative agroalimentari europee (Cogeca – Confederazione Generale delle Cooperative Agricole). La struttura nasce nel 1957 come rete di organizzazioni di categoria degli agricoltori e di cooperative agricole, alcune delle quali sono nel tempo però diventate veri colossi o hanno addirittura cambiato forma, come l’olandese Rabobank, oggi una delle più grandi banche di credito agricolo che opera su scala internazionale, o ancora l’Olandese FrieslandCampina, uno dei primi 10 gruppi lattiero caseari mondiali. Per compiere la sua mission il Copa-Cogeca svolge un’intensa attività di lobby presso le istituzioni europee dalle quali è riconosciuta come interlocutore principale in tutti i processi che riguardano lo sviluppo di politiche legate al mondo dell’agricoltura.

Anche se è difficile immaginare come le istanze di grandi gruppi possano sposarsi con quelle di piccole aziende, che lottano, ad esempio, per mantenere elevata la qualità dei loro prodotti e il loro reddito sopra la soglia di sostentamento, il Copa-Cogeca afferma di rappresentare gli interessi di tutti loro, ovviamente nel rispetto dell’ambiente…

Una narrazione condivisa dalle organizzazioni di categoria italiane che ne fanno parte, come Coldiretti e Confagricoltura, il cui presidente Giansanti è stato da poco eletto anche vicepresidente del Copa, e ripresa con forza anche da alcuni esponenti politici, come l’europarlamentare Paolo De Castro, uno dei registi dell’attuale PAC, che ha affermato come il Copa-Cogeca sia il “nostro punto di riferimento”, consigliando all’attivista Greta Thumberg, che insieme al movimento Fridays For Future (FFF) ha pesantemente criticato l’attuale PAC, di andare a parlare proprio con loro.

Ognuno però ha i propri punti di riferimento, e quello dei FFF, così come quello delle tante associazioni che hanno puntato il dito contro una PAC che non tutela né l’ambiente né le piccole aziende, è la scienza, che mette in guardia molto chiaramente dagli impatti ambientali e sanitari della produzione intensiva di carne, suggerendo politiche che ne riducano la produzione e il consumo.

Sono proprio queste evidenze scientifiche che il Copa-Cogeca, nelle sue proposte di emendamento alla strategia Farm to Fork pubblicate da Corporate Europe Observatory, vorrebbe eliminare con un colpo di spugna, nel senso letterale del termine, chiedendo di cancellare dal documento ufficiale che il Parlamento europeo sta elaborando, proprio il passaggio in cui si ricordano gli impatti sul clima, sull’ambiente e sulla biodiversità del food system europeo. Una posizione imbarazzante, a maggior ragione se inserita in una strategia europea che nasce proprio con lo scopo di rendere il nostro sistema agroalimentare più sostenibile, riconoscendone quindi, prima di tutto, gli impatti.

Allo stesso modo la potente lobby agricola europea propone di trasformare il passaggio in cui si sottolinea la necessità di affrontare il contributo alla formazione di gas serra da parte del settore zootecnico in un’affermazione su quanto l’agricoltura europea abbia ridotto la produzione di gas climalteranti. Peccato che innumerevoli studi scientifici mettano in luce l’enorme impatto che tale settore ha sui cambiamenti climatici ed un rapporto della stessa Commissione europea pubblicato a maggio 2019 stabilisca che tale contributo sia andato costantemente aumentando dal 2012.

Per completare il quadro, Copa-Cogeca spinge per cancellare la proposta di non destinare i “fondi per il clima” a modelli di agricoltura intensiva che hanno impatti negativi sulla biodiversità, affinché questi non vengano incentivati con soldi pubblici, e di eliminare il riferimento al sostegno alle produzioni biologiche nella normativa sugli appalti pubblici. Molto strano, per un’organizzazione che si professa paladina degli agricoltori.

In aggiunta, con un ulteriore pacchetto di nuovi articoli, si sottolinea l’importanza di garantire che le misure proposte siano valutate anche attraverso la loro sostenibilità economica. Come non si può essere d’accordo su questo! E’ necessario però chiedersi: quali aziende? Le attuali politiche europee non solo non hanno portato benefici tangibili dal punto di vista ambientale, ma hanno favorito un sistema in cui sono le aziende più grandi e intensive ad aggiudicarsi la maggiore fetta dei contributi pubblici: un terzo dei fondi PAC viene “assorbito” da appena l’1 per cento delle aziende agricole europee, mentre le piccole scompaiono a velocità impressionante. Negli ultimi 15 anni l’Europa ha perso più di 4 milioni di aziende agricole, 320 mila solo in Italia. Si tratta di oltre un terzo e quasi esclusivamente di piccole realtà, proprio quelle che, come ha evidenziato la crisi legata alla pandemia, potrebbero invece garantire una maggiore resilienza del comparto e potrebbero compiere in modo più efficace la necessaria transizione ecologica dei metodi di produzione.

Quale sostenibilità hanno in mente le grandi organizzazioni di categoria europee e italiane, e chi sceglieranno di ascoltare i decisori politici?