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Più mare, meno plastica!

Il mare non è una discarica: chiedi alle aziende di abbandonare l’usa e getta.

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Con il MAYDAYSOSPLASTICA tour siamo approdati all’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, una delle aree più preziose dei nostri mari, al nord della Sardegna.

Qui nel weekend -dalla spiaggia di Spalmatore a Tavolara – abbiamo liberato insieme al personale dell’Area Marina Protetta e del Centro di Recupero del Sinis (CReS) una tartaruga Caretta caretta vittima della plastica. È stata chiamata Hermaea, dall’antico nome di Tavolara, ed è un esemplare subadulto di circa dieci anni, ritrovato, in serie difficoltà, a fine febbraio da un pescatore al largo dell’isola. Portata al CReS ad Oristano, la tartaruga, monitorata quotidianamente dagli esperti del centro, aveva espulso per circa un mese plastica: l’animale aveva ingerito pezzi di buste, plastica dura e filamenti di teli da agricoltura che avevano seriamente compromesso la sua capacità di nutrirsi. L’animale aveva inoltre una pinna danneggiata da un filo di rete da pesca. Dopo tre mesi di cure e specializzata riabilitazione in vasca l’animale è stato rimesso in mare.

Le tartarughe si intossicano di plastica: ecco perché

Sono sempre più numerose le tartarughe soccorse in mare. Dall’inizio dell’anno già otto gli esemplari portati al Centro di Recupero del Sinis, ben tre ritrovate nell’area di Tavolara: tutte durante la riabilitazione in vasca hanno espulso frammenti di plastica. Gli esperti ci dicono che la percentuale di tartarughe colpite da questo tipo di inquinamento è in drammatico aumento e negli ultimi quattro anni tutti gli esemplari curati dalla rete di recupero sarda avevano ingerito plastica. Purtroppo, la plastica che si accumula nell’ apparato digerente causa infiammazioni che producono muco e riducono la loro capacità di immergersi e andare alla ricerca di prede. Le tartarughe si indeboliscono e iniziano a galleggiare in superficie dove, cercando di nutrirsi, finiscono per ingerire altra plastica che trovano a pelo d’acqua. Quelle che non vengono soccorse spesso muoiono per denutrizione.

Stiamo decimando le creature marine a colpi di plastica

Le tartarughe sono un vero e proprio indicatore dello stato di salute dei nostri mari e la storia che ci raccontano è allarmante. Vedere Hermaea tornare a nuotare libera nel mare ci ha riempito il cuore di gioia, ma non possiamo evitare di chiederci “fino a quando starà bene?”, vista la quantità di plastica che continuiamo a trovare in mare e sulle spiagge durante le nostre attività di pulizia. Purtroppo, questo inquinamento sta diventando una minaccia sempre più seria per i nostri mari e le creature che lo abitano, dalle tartarughe ai cetacei. Basti ricordare i capodogli ritrovati spiaggiati sulle nostre coste negli ultimi mesi: due esemplari con lo stomaco pieno di plastica. Fino a quando le grandi aziende non ridurranno la massiva produzione di plastica usa e getta da cui adesso dipendono, non sarà possibile garantire agli animali marini un ambiente sicuro e sano in cui vivere.

I cambiamenti climatici colpiscono anche il mare

Ma i nostri mari sono in pericolo non solo per l’aumento dell’inquinamento: un’altra gravissima minaccia è quella dei cambiamenti climatici. Il riscaldamento del pianeta sta portando anche  a un aumento delle temperature delle acque superficiali e profonde del nostro Mediterraneo, con estati molto calde che possono causare delle vere e proprie “onde di calore” anche in mare, generando gravissime conseguenze e episodi di mortalità di massa di alcune specie, come denunciato nel nostro rapporto “Un mare d’inferno – Il Mediterraneo e il cambiamento climatico”. Ed è quello che adesso stiamo documentando con i nostri occhi, immergendoci durante il tour in aree che avevamo già visitato dieci anni fa.

Sotto la superficie del mare si nascondono tesori inestimabili come le praterie di Posidonia o pareti con spugne multicolori e gorgonie, simbolo dei ricchissimi ecosistemi che ospita il nostro Mediterraneo. Purtroppo, insieme a questi tesori quello che stiamo incontrando sono segnali allarmanti di perdita di biodiversità.

Pinna nobilis - Egidio Trainito/Greenpeace

La Pinna nobilis o nacchera di mare, il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo nonché una delle specie simbolo dei nostri fondali, è una specie protetta (la sua raccolta è vietata) perché particolarmente sensibile agli impatti umani. Dieci anni fa si trovava comunemente in diverse aree protette, ma negli ultimi anni è stata colpita da gravissime morie. Quello che abbiamo trovato sia a Ventotene che a Tavolara è un vero e proprio cimitero. Le nacchere sono ormai quasi tutte morte a causa di un protozoo flagellato (e secondo alcuni anche di un micobatterio) che colpisce la loro ghiandola digestiva e non gli permette di alimentarsi. Come mai? Gli esperti non sanno ancora darci risposte certe, l’epidemia è iniziata in Spagna e si è diffusa in molte zone del Mediterraneo. Quel che è scuro è che l’aumento delle temperature è tra i fattori determinanti per la diffusione dei patogeni. Il riscaldamento globale sta cambiando i delicati equilibri che regolano gli ecosistemi marini permettendo a organismi fino ad ora latenti di manifestarsi e, come in questo caso, uccidere specie preziose.

Temperature da record anche in acqua: è un incendio senza fiamme

Egidio Trainito/Greenpeace

Egidio Trainito/Greenpeace

E’ quello che sta succedendo anche alla Paramuricea clavata della Secca del Papa, uno dei siti di immersione più belli di Tavolara, famoso in tutto il mondo proprio per le sue numerose e immense gorgonie rosse. Quello che abbiamo trovato immergendoci in questi giorni con gli esperti dell’Area Marina Protetta è una situazione quasi spettrale. Le gorgonie delle aree più superficiali sono tutte morte o ammalate. Purtroppo, queste morie sono state osservate dagli esperti nell’area già da diversi anni, ma il fenomeno si sta verificando con sempre maggior frequenza e forza. Dalla prima moria di gorgonie nel 1998, se ne sono susseguite altre nel 2003, 2008, 2011 e 2013, sempre con maggiore frequenza, fino ad arrivare a un fenomeno osservato adesso su base annuale che colpisce organismi a sempre maggiori profondità, come ci ha raccontato Egidio Trainito, esperto conoscitore dell’area da oltre trent’anni.

Egidio Trainito/Greenpeace

Egidio Trainito/Greenpeace

Immergendoci a una profondità di circa 30 metri le gorgonie appaiono tutte sofferenti, a tratti grigie invece che del loro bellissimo colore rosso. Gli animali che le costituivano sono morti e rimane solo uno scheletro nudo dove si insediano altri organismi che accelerano il soffocamento delle aree ancora vitali, ingigantendo il fenomeno. Al momento solo colonie al di sotto dei 40 metri rimangono indenni. Perché? Qualcuno parla di un “incendio senza fiamme”, un insieme di fattori scatenati dall’aumento delle temperature, che vanno dalla riduzione della disponibilità di cibo di cui si nutrono questi animali, causa di notevole stress, alla comparsa di agenti patogeni, vibrioni in particolare, presenti allo stato latente e resi vitali dalle alte temperature. In passato le colonie di gorgonie rosse erano molto numerose, oggi questa specie molto fragile e ad accrescimento lento sta soffrendo le conseguenze del riscaldamento globale un po’ in tutto il Mediterraneo e assistiamo a un suo graduale declino.

Dalle tartarughe ai capodogli agli organismi che incontriamo sott’acqua ci sta arrivando un messaggio che è sempre più chiaro: i nostri mari sono a rischio, e se non interveniamo in tempo rischiamo di arrivare a un punto di non ritorno. E’ necessario agire in fretta, abbassando le nostre emissioni di CO2 per mantenere l’aumento delle temperature sotto il grado e mezzo, tutelando con Santuari marini le aree più sensibili e riducendo l’inquinamento dei nostri mari.

Per questo il nostro viaggio nel Mar Tirreno continua, il tour MAYDAYSOSPLASTICA si sposta adesso nell’Arcipelago Toscano per monitorare i livelli di microplastica al largo dell’Elba insieme ai ricercatori del CNR IAS e della Università delle Marche e esplorare i suoi mondi sommersi. Continuate a seguirci!