Un picco di 38 gradi centigradi nella città di Verkhoyansk, in Yakutia, regione al di sopra del Circolo polare artico russo. Come riporta il Moscow Times, è quanto ha registrato sabato scorso il portale meteorologico ‘Pogoda i Klimat’. Una misurazione che, se confermata, stabilirebbe un record non solo per una regione che viene solitamente considerata come “il Polo del freddo”, ma per qualsiasi area artica. Sinora, infatti, il primato spetterebbe alla cittadina di Fort Yukon, in Alaska, dove nel giugno 1915 fu registrata una temperatura di 37,8 gradi centigradi.

Ma al di là dei singoli record, a preoccupare i meteorologi è, come riporta la BBC, la persistente ondata di caldo che ha interessato quest’anno il Circolo polare artico, con il Copernicus Climate Change service che “ha registrato a marzo, aprile e maggio una temperatura media 10 gradi circa più alta del normale”.

Secondo la maggior parte degli scienziati, negli ultimi 30 anni l’Artico si è riscaldato a una velocità due volte superiore alla media globale. E le conseguenze di questo processo iniziano a farsi vedere con tutti i loro devastanti effetti.

L’aumento delle temperature nella zona artica porta con sé due fenomeni che non fanno altro che peggiorare ulteriormente l’emergenza climatica: lo scioglimento del permafrost e gli incendi nella tundra. In particolare, lo scioglimento del permafrost – oltre a liberare virus molto antichi e pericolosi e a rilasciare gas serra che vanno ad accelerare la crisi climatica – in questi giorni potrebbe essere stato uno dei fattori che ha contribuito al verificarsi di due disastri ambientali dalle dinamiche simili, anche se dalla diversa portata.

Se è infatti purtroppo tristemente già salito alla ribalta globale quanto avvenuto a fine maggio nella penisola di Taymyr – con la fuoriuscita di 20 mila tonnellate di diesel che hanno inquinato fiumi e laghi – è meno nota la perdita di gasolio che si è verificata il 21 giugno in una centrale elettrica nel villaggio di Argakhtakh, nel nord-est della Yakutia. Incidente che ha portato allo sversamento di 5 tonnellate di prodotti petroliferi nel fiume Alazeya. Su scala più ridotta, un episodio simile a quello verificatosi a Norilsk alla fine di maggio.

Simili incidenti potrebbero diventare più frequenti a causa dei cambiamenti climatici e dello scioglimento del permafrost.

Nel 2019, le agenzie governative russe hanno preparato “un piano d’azione per l’ammodernamento della produzione di inefficiente gasolio (olio combustibile, carbone) nei territori isolati e inaccessibili”. Nel piano si menziona anche la transizione verso le fonti rinnovabili.

“Greenpeace chiede di attuare questo piano al più presto possibile e di concentrarsi sulle fonti rinnovabili”, dichiara Vladimir Chuprov, direttore del Programma di Greenpeace Russia. “Abbiamo inviato una lettera al governo della Federazione russa. Speriamo che questi incidenti e il caldo anomalo dell’Artico convincano il governo a sviluppare un nuovo modello economico per la Russia basato su soluzioni rispettose del clima».