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Cambiamenti climatici, pesca eccessiva, estrazioni minerarie, trivellazioni, plastica: i nostri oceani subiscono di tutto per colpa dell’avidità umana. Spesso sono proprio le zone d’Alto Mare,…

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Era la mattina del 18 settembre 2013 quando un gruppo di attivisti di Greenpeace, a bordo di gommoni lanciati dalla nave “Arctic Sunrise” iniziava una protesta nonviolenta contro la piattaforma petrolifera russa Prirazlomnaya, nel Mare della Pechora: l’unica piattaforma petrolifera offshore nell’Artico.

Action against Gazprom's Arctic Drilling. © Denis  Sinyakov / Greenpeace

A Russian Coast guard officer approaches a Greenpeace International activist as five activists attempt to climb the ‘Prirazlomnaya,’ an oil platform operated by Russian state-owned energy giant Gazprom platform in Russia’s Pechora Sea. This is one example of the disproportionate use of force by the Russian authorities during a peaceful protest. The activists are there to stop it from becoming the first to produce oil from the ice-filled waters of the Arctic. © Denis Sinyakov / Greenpeace

L’Artico è la nuova frontiera dell’estrazione petrolifera che paradossalmente approfitta del ritirarsi dei ghiacci artici (la cui superficie si è ridotta di tre milioni di chilometri quadrati dal 1980) a causa del riscaldamento globale in gran parte causato proprio dall’estrazione e combustione di combustibili fossili. Per salvare il clima, e noi tutti, questi fossili devono restare dove sono: era questo il messaggio degli attivisti.

La reazione delle Autorità russe fu violenta: spari sugli attivisti e arresto di tutte le 30 persone a bordo dell’Arctic Sunrise (che i media chiamarono “gli Arctic 30”), detenute per oltre tre mesi nelle poco invidiabili carceri russe. Dietro la paradossale accusa iniziale di “pirateria” delle Autorità russe si celava una flagrante violazione del Diritto Internazionale marittimo e del Diritto a una protesta pacifica e nonviolenta. Dallo scorso 17 maggio si è finalmente chiuso il primo capitolo di una vicenda giudiziaria che però non è del tutto conclusa.

'Arctic 30' Global Day of Solidarity in Sydney. © Tom Jefferson / Greenpeace

Greenpeace volunteers protest on Sydney’s Bondi Beach. This protest is part of an emergency Global Day of Solidarity for the ‘Arctic 30’. Tens of thousands of people participate in activities held in over 160 locations in 46 countries throughout the world. A Russian court charged twenty-eight Greenpeace International activists, as well as a freelance videographer and photographer, with piracy this week. The charges follow a peaceful protest against Arctic oil drilling at a Gazprom oil platform in the Pechora Sea. © Tom Jefferson / Greenpeace

L’Arctic Sunrise, come tutte le navi di Greenpeace, batte bandiera olandese (la sede di Greenpeace International è a Amsterdam) e – coraggiosamente – il governo olandese ha portato avanti in questi anni una battaglia per confermare i principi della Legge del Mare: abbordare una nave e confiscarla, arrestando l’equipaggio e i passeggeri per una pacifica protesta non è ammissibile.

Nell’agosto 2015, la Corte Arbitrale Internazionale sul Diritto del Mare condannava l’abuso delle Autorità russe, che hanno però disconosciuto la decisione. Dopo lunghe trattative, la settimana scorsa i governi di Olanda e Russia hanno emesso una dichiarazione congiunta che oltre a risarcire i danni alla nave e alle persone coinvolte afferma un principio fondamentale quale il reciproco riconoscimento del diritto alla protesta nonviolenta in mare.

È questo, ben oltre la somma che il governo olandese ha dichiarato di voler consegnare a Greenpeace (circa 2,7 milioni di euro), il punto più rilevante della dichiarazione che aggiunge che la risposta a una simile azione deve essere ragionevole e proporzionata.

Anche se questa dichiarazione congiunta chiude la disputa tra Olanda e Russia, il procedimento relativo alla violazione dei diritti umani continuerà (con una decisione che non si attende prima del prossimo dicembre) presso la Corte Europea dei Diritti Umani.

Per Greenpeace, questa dichiarazione è importante perché riafferma il valore delle Convenzioni Internazionali. D’altra parte, con gli impatti del cambiamento climatico ormai sempre più evidenti, le proteste nonviolente come quelle degli Arctic 30 sono sempre più necessarie: il loro, è un lascito che deve spingerci ad una mobilitazione sempre più ampia contro tutte le compagnie fossili, ovunque nel mondo.