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#Agricoltura #Cibo #Clima #Consumi #Salute Ferma gli Allevamenti Intensivi

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Il Parlamento europeo poteva cogliere l’occasione del voto sulla nuova PAC (Politica Agricola Comune) per compiere la svolta necessaria verso la difesa del clima, dell’ambiente, della salute e delle tante aziende agricole virtuose medio-piccole.

Ha invece deciso di nascondere la testa sotto la sabbia, scegliendo di continuare ad utilizzare un terzo del bilancio europeo per sostenere agricoltura industriale e allevamenti intensivi, dimenticando le aziende medio-piccole dalle quali si potrebbe ripartire per un modello agroalimentare più sostenibile e resiliente.

Caparroso, Navarra region, Spain, 20 February 2019.

Cosa è successo

Il Parlamento europeo aveva il compito di emendare e votare la proposta della Commissione Ue sulla nuova PAC. Gli emendamenti erano quelli emersi dai lavori delle Commissioni Agricoltura e Ambiente, e altri aggiunti dalle diverse forze politiche per la fase plenaria. Tra questi è spuntato un “maxi emendamento”, frutto di un accordo tra i vertici del partito popolare (EPP), del gruppo Socialisti e Democratici, e di Renew, per respingere tutte le principali proposte della Commissione Ambiente, come quella di tagliare i sussidi per il sistema degli allevamenti intensivi o di aumentare sostanzialmente i finanziamenti per le misure ambientali. Un accordo controverso che ha creato molto malumore tra i parlamentari appartenenti alle stesse forze che l’hanno promosso, ma che è stato approvato calando come una pietra tombale sulle decine di emendamenti che potevano essere discussi e votati per rendere la PAC più verde ed equa.

Nell’indifferenza dei principali media è allora montata in pochissime ore una protesta diffusa, sostenuta da associazioni ambientaliste, dai Fridays for Future, con la stessa Greta Thumberg in prima fila, da tanti parlamentari europei non allineati, per chiedere al Parlamento Ue di bocciare questa PAC, per aprire alla possibilità di scrivere un testo decisamente migliore, in grado di affrontare le sfide sempre più pressanti legate ai cambiamenti climatici e più in linea con gli impegni del Green deal con il quale, anche a detta del Commissario europeo per l’agricoltura, Janusz Wojciechowski, l’accordo raggiunto è incompatibile.

Com’è finita

Non è finita in realtà.

Anche se la proposta della PAC è stata approvata dal Parlamento Ue con 425 voti a favore, sono stati ben 263 i voti fra contrari e astenuti (ovvero il 38 per cento, un numero altissimo per una politica così importante) e con un fronte sociale che ha compreso benissimo come siano stati anteposti interessi dell’agribusiness a quelli della collettività. Un fronte che dovrà far sentire il suo peso durante il “trilogo”, cioè i negoziati a tre tra Commissione europea, Parlamento europeo e governi nazionali, che si svolgeranno nei prossimi mesi per definire la PAC. Non solo, c’è anche spazio per un rigetto dell’attuale testo da parte della Commissione europea: non è mai successo nulla di simile, ma il meccanismo dell’Ue lo prevede, e sarà una partita da giocare.

Cosa c’è che non va in questa PAC

Segnaliamo solo alcuni dei punti che riguardano gli aspetti ambientali, senza dimenticare gli obiettivi di giustizia sociale che comunque questo testo non riesce a cogliere, continuando a destinare, di fatto, la maggior parte dei fondi alle grandi aziende intensive.

Per riassumere si può affermare che questa PAC non rappresenta in alcun modo un cambio di rotta e un avvio di transizione della politica agricola. Non aumenta le sue “ambizioni verdi” e anzi vincola gli Stati membri a non farlo, proibendo l’adozione di standard ambientali più rigidi o l’aumento del budget ambientale oltre i limiti fissati a livello europeo.

Le deiezioni animali raccolte vengono successivamente sparse sui campi, contribuendo all’inquinamento di aria, suolo e acqua.

Per citare alcuni esempi, non si interviene in nessun modo sugli allevamenti intensivi, continuando come prima a foraggiare questo sistema i cui effetti su clima, ambiente e salute sono ormai noti e anche il tanto sbandierato 30 per cento (che i ministri europei, compresa la ministra Bellanova, hanno già chiesto sia fissato al 20 per cento) dedicato agli eco schemi è, purtroppo, una falsa illusione.

Va ricordato che anche la precedente formulazione prevedeva una percentuale dei pagamenti diretti (destinati direttamente a agricoltori e allevatori) dedicati a migliorare il clima e le prestazioni ambientali delle loro aziende, con un meccanismo che aveva però bisogno di essere rafforzato per diventare realmente efficace. L’attuale testo ha invece annacquato questo strumento, non vincolando l’ammissibilità degli interventi finanziabili a reali benefici ambientali, introducendo addirittura criteri economici, per cui questi fondi dedicati a misure ambientali, potranno invece essere spesi anche per interventi che migliorano le prestazioni economiche di un’azienda.

Il dibattito 

Se n’è parlato molto poco sui media. C’è stato spazio solo per brevi commenti entusiastici di esponenti politici e associazioni di categoria, alcuni dei quali hanno salutato questo accordo addirittura come una svolta verde, e per la diatriba sul divieto di utilizzare per prodotti vegani o vegetariani termini come “burger vegano”, che richiamino cioè i loro cugini a base di carne, divieto che è stato bocciato.

E’ stato un pò come guardate il dito, mentre dietro c’era la luna di un dibattito che segnerà il sistema agroalimentare europeo per i prossimi 7 anni. 375 miliardi di fondi pubblici  che per come è strutturata ora la proposta, tuteleranno solo gli interessi dei maggiori produttori industriali e dei proprietari terrieri più ricchi, mentre agricoltori virtuosi, natura e ambiente sono stati messi da parte, insieme agli obiettivi climatici dell’Ue che sono ora a rischio. Miliardi di euro pubblici che spingeranno ulteriormente l’agricoltura verso la catastrofe climatica, a meno che questa proposta non venga radicalmente modificata e si ricominci da zero la trattativa. La strada è tutta in salita, ma la partita non è ancora chiusa.