L’80% della deforestazione del mondo è causata dalla produzione intensiva di materie prime, soprattutto agricole: praticamente, cibo che divora le foreste. Soia, olio di palma,…

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Porto de Moz, Brazil.

Dopo la nostra indagine “Foreste al Macello”, che svela il legame nascosto fra la deforestazione del Gran Chaco e la produzione di carne che viene abitualmente esportata in Europa, Italia inclusa, in occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente 2020 pubblichiamo il rapporto “Foreste al Macello II” che denuncia la deforestazione dell’ Amazzonia brasiliana legata alla creazione di grandi allevamenti per il bestiame destinato al macello.

Ecco cosa succede di solito:

  1. La foresta, cha appartiene al pubblico demanio, viene distrutta (spesso illegalmente) e trasformata in pascoli da una determinata azienda agricola.
  2. Tramite un’autodichiarazione, l’azienda agricola iscrive l’area forestale, deforestata e occupata, nel Registro Ambientale Rurale per regolarizzarne la proprietà.
  3. Dopo un certo periodo di tempo, gli animali che pascolano sull’area deforestata vengono venduti a un’altra azienda agricola che opera in aree non legate a deforestazione.
  4. La nuova azienda agricola acquista regolarmente il bestiame e lo vende a un macello o ad aziende di lavorazione della carne.
  5. Le aziende di lavorazione della carne la rivendono sul mercato nazionale o internazionale.
  6. Nei nostri fast-food, ristoranti, supermercati arriva, assieme ad altre produzioni, carne prodotta a scapito delle foreste, di cui spesso i rivenditori europei ignorano l’origine (punti 1, 2 e 3).

Spesso quel che succede nei passaggi 4 e 5 serve a “confondere le acque”, cioè a far perdere le tracce della reale provenienza della carne, occultando il legame fra produzione della carne e deforestazione. Senza un controllo accurato di tutti i fornitori, le aziende europee rischiano di acquistare carne che proviene da una filiera “contaminata” dalla deforestazione.

Un habitat unico minacciato

Nel nostro rapporto abbiamo analizzato il caso dell’azienda agricola Paredão, edificata e avviata all’interno del parco statale Ricardo Franco, nello stato del Mato Grosso in Brasile. L’area è classificata come protetta e Paredao è accusata di spostare il bestiame fuori dal parco prima di venderlo, per nascondere il legame delle sue attività con le aree deforestate illegalmente nel Parco. Secondo le nostre indagini, tra aprile 2018 e giugno 2019, l’azienda Paredão ha venduto 4.000 capi di bestiame all’azienda Barra Mansa, che si trova fuori dai confini del Parco. Barra Mansa rifornisce le principali aziende di lavorazione della carne del Brasile: JBS, Minerva e Marfrig, che a loro volta esportano carne in tutto il mondo, Italia inclusa.

Il parco statale Ricardo Franco, creato nel 1997, copre un’area di 158 mila ettari (una superficie superiore all’estensione della città di Roma) e si trova al confine tra il Brasile (stato del Mato Grosso) e la Bolivia, dove si incontrano l’Amazzonia, il Cerrado, la savana più ricca di biodiversità del Pianeta e il Pantanal, la più grande zona umida del mondo. Si tratta quindi di un’area preziosa, in cui interagiscano specie animali e vegetali uniche, dando origine a una biodiversità ricchissima che include 472 specie di uccelli e numerosi mammiferi in via di estinzione, come il formichiere gigante. Nonostante la sua importanza, il parco non è mai stato adeguatamente protetto e nel corso degli anni il 71 per cento della sua estensione è stato occupato da 137 aziende agricole, interessate a creare pascoli per bestiame destinato al macello, a scapito della foresta.

Una normativa europea per dire basta!

I consumi nell’Unione europea sono legati al 10 per cento della deforestazione globale, che avviene prevalentemente al di fuori dei confini dell’Ue.. I cittadini europei rischiano di essere complici inconsapevoli della distruzione di foreste fondamentali per il Pianeta, come l’Amazzonia. Per questo abbiamo chiesto alla Commissione europea di presentare rapidamente una normativa che garantisca che carne e altri prodotti, come la soia, l’olio di palma e il cacao, venduti sul mercato europeo, soddisfino rigorosi criteri di sostenibilità e non siano legati alla distruzione o al degrado degli ecosistemi naturali e alle violazioni dei diritti umani. Multinazionali e governi devono impegnarsi immediatamente ad interrompere le relazioni commerciali con chi distrugge biomi essenziali per le persone e il Pianeta!